Gang-stalking ad alta quota

Genera solo sconcerto ormai la facilità con la quale, nella nostre società malate, soggetti fisici e giuridici, pubblici e privati, si lasciano corrompere – in senso lato – a fini di arricchimento (o comunque beneficio) personale, senza la benché minima capacità di fermarsi e interrogare sé stessi sul significato delle proprie azioni, spesso scellerate. Il livello di corruzione morale presente è propedeutico al successivo innesco della corruzione materiale, concreta, che si pesa in “benefits trasferiti“. Tali benefici sono il principale motore, ad esempio, anche nelle operazioni di gang-stalking e in tutte quelle attività di copertura delle stesse. Ponendosi, per un attimo, nella posizione di un potenziale stalker, lo stesso sicuramente si chiederà e si risponderà: “Per cosa lo farei? Per soldi (o giù di lì)!”. E’ con la ricompensa che schiodi la gente da casa o comunque da altre occupazioni. In alcuni casi potranno incidere anche altri fattori di carattere immateriale, ma – diciamolo – è difficile che qualcuno impieghi del tempo o assuma su di sé dei rischi esclusivamente per motivi “idealistici”, perché ci crede fermamente, perché mosso solo da cattiveria, ecc.

Giustizia vorrebbe però (se il termine ha ancora un senso) che anche le vittime di queste infami operazioni iniziassero a ricevere qualche benefit a titolo di risarcimento e ristoro per le sofferenze patite, magari per futili motivi e per lunghi periodi della propria vita. Se investigatori e giudici iniziassero a fare il loro mestiere, una vittima di stalking organizzato potrebbe iniziare ad aggredire le disponibilità finanziarie di soggetti che, ad esempio, oltre ad aver vestito i panni dei carnefici (o dei Ponzio Pilato), hanno – con essa – stipulato dei contratti; documenti spesso farciti di belle parole e nobili intenzioni, che spesso restano solo sulla carta e alle quali – in caso di piccole inadempienze – quasi nessuno si appiglia, per evitare perdite di tempo e di denaro. Il presente articolo, però, non tratta proprio di quisquilie… Ovviamente ogni singolo caso va attentamente studiato, ma l’idea di fondo non è peregrina. In fatto di gang-stalking, lo scorso mese di ottobre chi scrive ha avuto un’esperienza decisamente negativa con il vettore aereo easyJet (e non solo – come contorno alla vicenda vedasi questo video e relativa descrizione), ben riassunta nel reclamo da me inviato in data 26/10/2017 a mezzo form di contatto presente sul sito della compagnia:

Faccio seguito al mio reclamo effettuato e registrato in data 13/10/2017 al vs. banco di assistenza presso l’aeroporto di Amsterdam e al mio tweet inviatovi il giorno successivo.

Dal 2012 sono una vittima di stalking organizzato (e non solo) e sul volo EZY4565 Berlino Schoenefeld – Amsterdam del 13/10/2017 ho dovuto constatare con mio estremo rammarico che il vs. personale di bordo prende parte a tali operazioni, che a norma dell’art. 7 dello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale vengono classificate come Crimini Contro l’Umanità.

Come ho avuto già modo di spiegare alla vs. collega al banco per l’assistenza, tre donne (a me ignote) della vs. crew hanno dato prova di conoscere il mio nome e fin dal momento in cui sono salito a bordo hanno iniziato a molestarmi e a minacciarmi di morte (anche durante la procedura con la quale vengono fornite informazioni sulla sicurezza durante il volo). Si tratta di forme di violenza che non vengono notate dagli altri poiché nulla di ciò che viene detto viene gridato, piuttosto sussurrato e – in alcuni casi – esplicitato esclusivamente per mezzo del movimento labiale. Ciò che le tre donne hanno più volte detto sono, oltre al mio nome di battesimo, le parole “muori” e “morirai”, pronunciate anche da altri stalkers. A differenza di quanto avvenuto il giorno prima sul volo […], i loro nomi e nazionalità, presenti sulle spillette usate dal vs. personale di bordo, erano stati di proposito coperti con foulards e giacche.

Ho volato molte volte con easyJet in passato e con la prenotazione […] ho speso […] euro per me e due membri della mia famiglia. In considerazione di quanto immediatamente denunciato, mi sarei aspettato di essere da voi prontamente ricontattato. Constato invece che dopo quasi due settimane non vi siete fatti sentire e ciò è un chiaro segno di complicità; altrimenti avreste subito preso le distanze da quanto commesso dalle vs. colleghe, che è – senza ombra di dubbio – molto grave.

Hostess

Il giorno dopo ho ricevuto dal Servizio Clienti un’email interlocutoria, nella quale – tra l’altro – il mio nome di battesimo era sbagliato. Probabilmente l’operatrice che l’ha scritta voleva comunicarmi in maniera subliminale che non mi conosceva affatto ed era estranea ai fatti contestati! Da subito ho però capito che, in questa vicenda, la compagnia non ha una gran voglia di interloquire e andare fino in fondo e, dato che i contatti stavano venendo meno, ieri sono tornato alla carica con un nuovo reclamo:

Faccio seguito al reclamo inviatovi in data 26/10/2017 a mezzo form di contatto e alla mie due email di sollecito e richiesta di riscontro inviatevi il 29/10/2017 ed il 6/11/2017 all’indirizzo team.specialisti@easyjet.com. A parte la risposta interlocutoria inviatami in data 27/10/2017 dalla sig.ra […] del Servizio Clenti, con la quale mi informava dell’inoltro del mio reclamo al dipartimento competente (n. pratica: […] – reference ID: […]), non ho più avuto notizie al riguardo.

Vi ricordo che dell’allarmante vicenda di cui sono stato vittima siete informati da un mese esatto, avendo sporto reclamo nel momento stesso in cui sono giunto all’aeroporto di destinazione presso il vs. desk per l’assistenza.

Attendo pertanto cortese e sollecito riscontro.

A riprova del fatto che non ero assolutamente prevenuto nei confronti di easyJet e non ho nulla contro le donne, faccio notare che il giorno precedente quello in cui si sono verificati gli eventi oggetto dei miei reclami ho provveduto ad informare la compagnia di un altro evento sgradevole, che in quel caso ha avuto come autore uno degli stalkers che mi assaltavano ripetutamente nell’aeroporto di Zurigo e come vittima una donna che lavorava per easyJet ai banchi del check-in. A mo’ di ringraziamento, ora il celebre vettore aereo mi ignora…

Vite illegali sulla rotta Centro America-USA

Nel tardo pomeriggio di ieri, a Monaco di Baviera, presso il Ligsalz8, ho preso parte ad un incontro pubblico organizzato dall’Oekumenisches Buero fuer Frieden und Gerechtigkeit dal titolo “Ninguna vida es ilegal“, che ha avuto come relatori due attivisti centroamericani per i diritti dei migranti, Angela Sanbrano e Luis Lopez. La prima è nata a Ciudad Juarez, in Messico, ma vive ormai da lungo tempo negli Stati Uniti, dove è stata attiva in diverse organizzazioni e reti per la difesa dei migranti come il CISPES (Committee in Solidarity with the People of El Salvador) e il CARECEN (Central American Resource Center) ed ha preso parte all’organizzazione della imponente immigrant rights march tenutasi a Los Angeles nel 2006. Luis Lopez è invece membro del COFAMIDE (Comité de Familiares de Migrantes Fallecidos y Desaparecidos de El Salvador) e dal 2009 prende parte a carovane di parenti dei migranti scomparsi in Messico.

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Appena arrivato sono stato attaccato alla testa per mezzo di armi ad energia diretta e sedato a distanza. Fortunatamente sono riuscito a resistere agli attacchi (che vengono puntualmente messi in atto ogni volta che prendo parte ad eventi simili), dato che l’incontro si è poi rivelato molto interessante e ricco di spunti di riflessione. La mia intenzione di arricchire ulteriormente il blog è stata più forte di quelle di coloro i quali cercano deliberatamente di arrecar danno alla mia salute ed isolarmi. Se lo ritieni opportuno, ora o al termine della lettura puoi anche effettuare una piccola donazione a mio favore cliccando qui.

Angela Sanbrano ha subito messo in evidenza l’ostilità di Donald Trump nei confronti dei migranti provenienti dal Centro America e stabilitisi negli USA ed il fatto che il linguaggio dell’Imperatore ha fornito a razzisti e suprematisti bianchi il nulla osta al compimento di crimini a sfondo xenofobo. Al riguardo ha però intelligentemente aggiunto che il livore manifestato dall’attuale amministrazione si è innestato su una situazione già di per sé infelice, visto che Barack Obama, nel tentativo di scendere a patti con i repubblicani, è stato il presidente statunitense che, rispetto ai suoi predecessori, ha espulso più migranti. Quanto occorre stare attenti a coloro i quali si dimostrano animati da spirito bipartisan! L’annotazione su Obama non mi ha naturalmente colto di sorpresa, avendo già scritto più di un anno fa della violenza poliziesca e del razzismo istituzionale nei confronti delle minoranze presenti negli USA ai tempi dell’ormai ex Imperatore. Il suo successore ora promette di espellere 11 milioni di immigrati undocumented, cioè “clandestini”. Nel frattempo sono già realtà i 637 “centri di accoglienza” per migranti con caratteristiche di vere e proprie prigioni, all’interno dei quali sono detenute oltre 300.000 persone. A settembre di quest’anno Trump ha inoltre interrotto la policy di regolarizzazione temporanea per minori ispirata al cosiddetto DACA (Deferred Action for Childhood Arrivals), esponendo ai rischi di una possibile espulsione circa 800.000 beneficiari. Potremmo dire che i Dreamers sono in preda agli incubi… L’amministrazione a stelle e strisce è anche intenzionata a non rinnovare il TPS (Temporary Protected Status) per gli immigrati provenienti dal Centro America. I migranti sono praticamente tra incudine e martello, poiché a questa politica fatta di odio e respingimenti da parte del Paese di destinazione vanno aggiunte le motivazioni per le quali hanno lasciato i loro Paesi di origine: oltre a pessime condizioni economiche, guerre civili, terremoti, uragani (è stato ad esempio ricordato Mitch, che ha colpito il Centro America nel 1998) e fenomeni di criminalità made in USA come le famigerate pandillas.

Luis Lopez ha informato il pubblico su scopi e attività della sua organizzazione, che chiede sostanzialmente rispetto dei diritti dei migranti e verità, giustizia e riparazioni per le loro famiglie. A queste ultime le cosiddette autorità non portano affatto il rispetto che sarebbe dovuto per le vere e proprie tragedie che vivono. E’ così accaduto che, invece delle spoglie dei propri cari, venissero loro restituiti dei sacchi di sabbia o comunque parti di corpi di estranei. Al fine di agevolare i processi di identificazione dei migranti tra i resti umani presenti in Messico e negli Stati Uniti, nell’agosto del 2010 COFAMIDE ha firmato un accordo con controparti istituzionali e non per la creazione della prima Banca Genetica Forense. Sono purtroppo ancora numerose le fosse comuni contenenti resti di migranti che non sono state localizzate. Tristemente noto al riguardo, invece, è il massacro di Tamaulipas, in Messico, che nel 2010 vide l’esecuzione di massa di 72 persone ad opera del cartello della droga dei Los Zetas. COFAMIDE cerca anche di esercitare pressioni su politici e istituzioni affinché questi vengano incontro alle richieste delle famiglie dei migranti, ma le promesse che scaturiscono da tale attività di advocacy spesso non vengono mantenute. Una storia sentita già tante, troppe volte…

Chi pratica davvero Pace e Solidarietà?

Anche in periodi di uragani e disastri annessi le organizzazioni che sono arnesi dell’Impero non si smentiscono mai. Il Fondo Monetario Internazionale, ad esempio, si è rifiutato di ridiscutere, a seguito dell’uragano Irma e per mezzo di una moratoria, il debito di Antigua e Barbuda, che ammonta a circa 3 milioni di dollari USA. Nessuna pietà per un’isola come Barbuda, che ha avuto quasi tutte le sue case ed infrastrutture distrutte dalla forza della “natura” (il virgolettato non è casuale). Il FMI vorrebbe anzi accrescere il debito del Paese caraibico, prendendo a prestito nuovi fondi dagli Stati Uniti (guarda un po’ nei confronti di chi devono essere costantemente obbligate e succubi le nazioni del mondo…) e prestandoli alla piccola Antigua e Barbuda. Christopher Lane, rappresentante speciale del Fondo presso le Nazioni Unite, ha dichiarato che loro operano come una banca. Ora è tutto più chiaro, si dirà…

Agli antipodi di questo approccio vi è l’operato di Cuba e Venezuela. La prima ha inviato una brigata di medici a Barbuda e se la sarebbe anche potuta risparmiare, visto che Trump ha appena esteso di un ulteriore anno l’embargo USA che la affligge da appena 55, ma non lo ha fatto. Possiamo pertanto asserire che non siamo in presenza di una nazione preda di sentimenti egoistici e razzisti come l’Italia dell’ultimo periodo e non solo… Oltre che ad Antigua e Barbuda, Cuba ha inviato brigate di medici anche su altre isole caraibiche che sono state o saranno colpite da Irma (Saint Kitts e Nevis, Santa Lucia, Bahamas, Dominica, Haiti), per un totale di oltre 750 unità addestrate a operare in condizioni precarie come possono essere quelle dovute al passaggio di uno degli uragani più devastanti di sempre. La valutazione del danno e la calibrazione degli aiuti da fornire è resa possibile dai canali comunicativi e dalla collaborazione tra le brigate, il MINSAP (ossia il Ministero della Salute Pubblica di Cuba) e le ambasciate cubane interessate.

Un mundo mejor es posible

Gli uragani come Irma sono prove tangibili del cambiamento climatico, in atto a livello globale e indotto dal modello di sviluppo capitalistico. Come Cuba, anche il Venezuela bolivariano gioca un ruolo di primo piano nel supportare i Paesi in difficoltà a causa degli effetti del climate change. Dopo aver inviato agli Stati Uniti colpiti da Harvey 5 milioni di dollari in aiuti (bellamente ignorati dai media USA), il governo Maduro ha inviato – ed è stato il primo a farlo – 34 soccorritori ad Antigua e Barbuda. Si tratta di aiuti considerevoli se si considera l’accerchiamento interno ed internazionale di cui è vittima il Venezuela, che ha visto comunque scemare il livello degli scontri per le strade grazie al successo della tornata elettorale che ha eletto l’Assemblea Nazionale Costituente.

Il governo bolivariano ha tracciato la strada della paz economica con una serie di misure che Maduro sta presentando in queste ore in Kazakistan, dove partecipa in qualità di Presidente del Movimento dei Paesi Non Allineati al primo (ed oscuratissimo, almeno dai media italiani) vertice su scienza e tecnologia dell’Organizzazione della cooperazione islamica. Ad Astana il presidente venezuelano ha dichiarato che “è tempo di imporre il dialogo, di lottare per un mondo senza terrorismo” e ha ratificato il compromesso dei Non Allineati per la pace e la giustizia, con particolare riferimento all’occupazione da parte di Israele dei territori palestinesi. Gli ultimi provvedimenti del governo Maduro hanno come fine anche quello di mitigare gli effetti del blocco (sì, un altro… e col FMI alla finestra…) economico e finanziario imposto al Venezuela dall’Imperatore Donald Trump, che – sulla scena internazionale – sembra conoscere solo il linguaggio degli embarghi, delle sanzioni unilaterali e delle minacce di rappresaglie militari.

Gang-stalking, miserabili in azione

Proprio questa mattina riflettevo sulla miseria umana di cui sono emblema e portatori gli stalkers e le spie che mi seguono ovunque vada. Se la mia destinazione si chiama supermercato, la loro presenza è a dir poco massiccia (sembra comunque succeda anche a qualcun altro), dato che si tratta di un’occasione utile a meglio classificare i miei gusti ed essendo il cibo sostegno necessario alla vita umana, ma allo stesso tempo – nel caso dei Targeted Individuals – trasformabile in strumento di disfacimento, di avvelenamento, quindi di stress per l’organismo, che inevitabilmente accorcia la vita della persona.

Stamattina ero appunto al supermercato e mi sono inevitabilmente imbattuto in una selva di nullità umane, vendutesi – prostituitesi, direi anzi – per pochi denari, pronte a ronzarmi intorno e a prestare attenzione a ciò che prendevo dagli scaffali. Incuranti del flusso anomalo di clientela che creano all’interno del punto vendita (anomalo poiché spesso mi ci reco molto presto o comunque in orari in cui l’affollamento dovrebbe essere minimo), queste merde subumane (sarà forse che riesco a riconoscerle dalla puzza?) possono appartenere a qualunque genere, classe sociale, orientamento sessuale. Sono tuttavia accomunate da una debordante infamità e dalla inscalfibile certezza di farla sempre franca (nei supermercati tale sicuranza è rafforzata dal fatto che il personale che vi lavora viene adeguatamente infiltrato o comunque “convertito alla causa”). Il loro delirio di onnipotenza le (riferito sempre alle merde subumane) porta però inevitabilmente a sottovalutare le vittime più sveglie, come ad esempio chi scrive, che ha maturato una notevole abilità nell’identificarle; abilità sorretta indubbiamente da un innato fiuto per le magagne, che mi è stato particolarmente utile anche in altri periodi della mia vita. Alla fiera della predetta miseria umana puoi pertanto trovarci lo sbirro (in divisa o in borghese), la snob con la borsa griffata, la studentessa universitaria, l’alcolizzato disadattato, il vecchio mafioso e via discendendo.

Crowding

Il momento clou, letteralmente imperdibile, è quello del pagamento alla cassa. Anche se utilizzo quelle automatiche, avrò sempre qualche miserabile intorno che sbircia sui miei acquisti per cercare di memorizzarne il maggior numero possibile. A questo punto non resta che infiltrare le ditte che producono quegli alimenti per addizionarli di un ingrediente chiave e riprogrammare costantemente il TI (non a caso si parla ormai di robotizzazione dell’essere umano), ad esempio per mezzo del letto, come ha fatto in tempo ad insegnarci Rauni-Leena Luukanen-Kilde prima di essere messa a tacere per sempre dai servizi segreti. Ovviamente, quando la casa del TI resta incustodita, c’è anche la possibilità di accedervi per avvelenare direttamente gli alimenti non più sigillati e carpire ulteriori informazioni sulla vittima. Eh già: purtroppo in giro ci sono molte più chiavi di quante generalmente si immagini…

L’uso delle app per smartphone in queste mandrie di barbari sembra stia diventando davvero diffuso e ciò facilita il loro compito quando sono per strada, dove – anche con l’ausilio delle forze dell’ordine, dei vigili del fuoco o del personale sanitario alla guida dei loro veicoli dotati di sirene – possono mettere in atto le cosiddette noise campaigns (il rumore non è comunque un’esclusiva delle situazioni outdoor, anzi…si può star svegli anche tutta la notte…non ci credi ancora?). Con l’aiuto dell’app, il tracking del TI è semplice, quasi immediato. Si ricevono notifiche recanti descrizioni su come è vestito e dove è diretto e, grazie anche all’utilizzo di mappe, si inviano informazioni agli altri stalkers su dove convergere. Se si è attenti, si noterà anche la loro suddivisione in gruppi, ciascuno caratterizzato dalla presenza di un determinato dettaglio, un colore, un accessorio. Chi dovrebbe invece investigare su questi crimini è volutamente disattento, diventandone complice. Probabilmente ci guadagna qualcosa. O forse evita di rimetterci. In ogni caso, business as usual.

Gang-stalking, retroterra di un crimine organizzato

E’ costantemente in aumento il numero di coloro i quali denunciano operazioni di gang-stalking ai propri danni. Di cosa stiamo parlando? Molto semplicemente di ciò che da sempre riesce meglio al potere e cioè perseguitare, nel caso specifico a mezzo di stalking organizzato al quale partecipano una pluralità di stalkers, che seguono, spiano, disturbano, molestano, minacciano il soggetto-obiettivo. Alle modalità operative adottate da queste nient’affatto simpatiche canaglie dedicherò poi un successivo articolo.

La persecuzione nei confronti del Targeted Individual (TI) può essere avviata per i motivi più disparati oppure un vero motivo può persino non esserci. Nel mio caso, ad esempio, l’elemento scatenante è stato un litigio con un mafioso (il cui nome è rimasto ovviamente ignoto, nonostante le mie denunce) che evidentemente aveva “amicizie” e conoscenze molto “in alto”, soprattutto impensabili e inconfessabili se si considera che i registi di queste operazioni sono corpi di polizia, servizi segreti, militari, agenzie di intelligence, ecc. Il mio caso dimostra inoltre come Stato ed anti-Stato non si siano mai veramente combattuti – anzi quando vi è utilità reciproca addirittura collaborano – e ci dice anche – mi si consenta la brevissima digressione – che, almeno in Italia, la celebre “trattativa Stato-mafia” non può essere considerata un’ipotesi assurda.

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Dato che gli Stati Uniti sono leader mondiali nel campo oggetto del presente post, non è difficile capire che tutti i Paesi appartenenti o comunque gravitanti nell’orbita NATO sono molto insicuri in quanto totalmente proni (appecoronati, occorrerebbe dire…) a tutte le richieste che arrivano dal quartier generale dell’Impero. Tuttavia, per ovvi motivi anche di carattere tecnologico, il fatto di rifugiarsi su un’isoletta sperduta nell’oceano non risolve il problema, che è POLITICO. E’ politico perché la politica, in particolare chi ci governa, “copre” queste operazioni, ne tace l’esistenza (l’ex premier Matteo Renzi, da me interpellato al riguardo, ha sempre omesso di rispondermi) e allo stesso tempo le finanzia, dato che i fondi a disposizione di questa rete terroristica internazionale non piovono dal cielo, ma sono semplicemente “fuori bilancio”, motivo per il quale non vi è rendicontazione alcuna su quello che è il loro spregiudicato e criminale utilizzo. Il tutto alla faccia di quei poveri fessi che pagano le tasse per intero. Sì, per intero, perché poi ci sono i dritti, che si assicurano invece forti abbattimenti d’imposta collaborando alle operazioni di gang-stalking.

La convenienza nell’essere uno stalker o comunque un informatore è innanzitutto economica e ciò spiega il sempre elevato numero di persone coinvolte in dette operazioni. Si badi bene che non mi sto riferendo solo alla retribuzione diretta per l’operato svolto, che ad ogni modo c’è e va tenuta in conto. E’ necessario infatti mettere sul piatto della bilancia anche risparmi e privilegi elargiti. In Germania, ad esempio, esiste la cosiddetta Spitzelsteuer, vale a dire l’imposta della spia, che prevede un prelievo agevolato del 10% per chiunque agisca da informatore della polizia o delle agenzie di intelligence. Parliamo di un trattamento fiscale molto vantaggioso se si considera che l’aliquota fiscale più bassa prevista dall’ordinamento tributario tedesco è pari al 14%, mentre se si è particolarmente benestanti si può arrivare a pagare fino al 45% di imposte sul reddito. In un mondo in cui la brama di denaro non conosce limiti, questi meccanismi permettono di arruolare sempre più criminali impenitenti, che con totale assenza di scrupoli e certi della loro impunità (se non è un privilegio questo…) compiono quotidiane violazioni di diritti umani nelle nostre pseudo-democrazie.

Donald Trump: dal proletariato, per il proletariato

Imperatore che va, Imperatore che viene, si potrebbe dire… Per un Barack Obama che lascia la presidenza USA con una eredità terribile e catastrofica per l’umanità intera (si vedano al riguardo primo e secondo articolo di questo blog), vi è un palazzinaro inquisito (non so se vi ricorda qualcuno…) già possessore di un impero (privato), tale Donald Trump, che sta per prendere il suo posto sotto i peggiori auspici.

E così, mentre – come ho già avuto modo di twittare – Human Rights Watch perde tempo indirizzando ad Obama lettere aperte che leggeranno tutti tranne il menefreghista destinatario, Trump scalda i motori e getta le basi (non quelle militari, purtroppo) per una presidenza indimenticabile, in special modo per lui, il suo clan ed il suo ceto sociale d’appartenenza. Significativa, al riguardo, la nomina a Segretario dell’Istruzione di Betsy DeVos, miliardaria, filantropa (sedicente of course), sposata con Dick DeVos (erede del gigante degli integratori Amway) e grande sponsor delle scuole private e dei cosiddetti vouchers, strumento da finanziare dirottando su di esso i finanziamenti destinati alle scuole pubbliche. Diciamo che un sistema dell’istruzione elitario come quello statunitense di tutto aveva bisogno tranne che di una Betsy DeVos, la quale sta ora raccogliendo i frutti di una vita di “sacrifici”: secondo Forbes, è infatti una donatrice di rango milionario del Partito Repubblicano.

Trump ha poi nominato come futuro capo della CIA Mike Pompeo, membro del Tea Party e della National Rifle Association con interessi nel ramo petrolifero. Con questi presupposti credo che di pace in Medio Oriente ne vedremo ben poca (si è già detto contrario all’accordo sul nucleare con l’Iran), ma anche per il resto del mondo non andrà meglio, visto che Pompeo è un supporter dei programmi di sorveglianza di massa della NSA, oltre che dell’idea che Edward Snowden andrebbe condannato a morte.

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AMICIZIE DI CLASSE

Per aumentare la sua credibilità negli ambienti sovversivi ed anti-establishment, il neo-Imperatore ha poi nominato il banchiere Steven Mnuchin al Tesoro e l’uomo d’affari Steve Bannon come suo stratega e consigliere capo, entrambi ex di Goldman Sachs, ed ha destinato ai Trasporti Elaine Chao, già al servizio dell’amministrazione guidata da George W. Bush e con una famiglia di pezzenti alle spalle, talmente povera da poter elargire donazioni milionarie alla privata Harvard Business School. Quando fu a capo del Dipartimento del Lavoro, la signora ridusse le ispezioni nei luoghi lavorativi e 12 persone trovarono la morte in due miniere, una delle quali era di proprietà del miliardario Wilbur Ross, ora nominato da Trump Segretario al Commercio. Quando si dice che NULLA AVVIENE PER CASO e TUTTO SI TIENE…

Ancor prima di vederlo concretamente all’opera, Trump può quindi già essere cestinato. Da queste prime mosse è infatti chiaro che in campagna elettorale ha solo raccontato bugie e, grazie ad esse, è riuscito ad affabulare la platea nazionale e non solo. Spiace che alle panzane di questo pifferaio con modi da sbruffone abbiano abboccato anche persone intelligenti, che si spera rinsaviscano quanto prima. Occorre infatti far fronte a questa nuova tegola prodotta dal sistema bipartitico made in USA.

Il Comitato No Guerra No NATO dice #NoNukes e si prepara a manifestare

Sabato scorso ho partecipato all’Assemblea Nazionale del Comitato No Guerra No NATO che si è tenuta a Firenze presso la Casa del Popolo di Peretola. “Una società civile in cammino” recitava la locandina prodotta per l’occasione. E il cammino – mi permetto di aggiungere – è in salita per definizione per un comitato che rifiuta la guerra e chiede che il proprio Paese esca dalla NATO in un periodo di guerra continua e permanente, diffusa a livello planetario e neanche totalmente raccontata, giacché tanti manifesti teatri di guerra spariscono dagli outlets informativi al pari delle covert operations. Significa andare in direzione contraria a quella che è una pessima corrente; significa ritagliarsi il ruolo del salmone che, per amore della prole, risale un fiume dalle acque torbide e tumultuose. E non a caso parlo di discendenza, visto che sia Manlio Dinucci che Giulietto Chiesa hanno sottolineato la gravità della situazione a livello internazionale, auspicando che nell’opinione pubblica emerga quantomeno l’istinto di sopravvivenza e si pensi al bene delle future generazioni.

Andiamo con ordine, tuttavia. Il primo a prendere la parola è stato il Coordinatore Nazionale, Giuseppe Padovano, che ha portato alla platea i saluti di Padre Zolli, dei Comboniani; di Suor Stefania Baldini; di Rosa Siciliano, della rivista Mosaico di Pace; di Luigi Cremaschi, dell’ANPI di Firenze. Ha poi ricordato la natura del Comitato, che è gruppo di singoli cittadini indipendente dai partiti, ed ha sollecitato i partecipanti ad attivarsi, dando il via ad iniziative da accompagnare con il passaparola su internet. Padovano ha anche precisato che, per il raggiungimento dei suoi obiettivi, il Comitato deve relazionarsi con tutti i suoi possibili interlocutori, senza nutrire pregiudizi di ordine ideologico, e si è detto convinto che anche una struttura di carattere liquido e non burocratico può ottenere risultati.

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Manlio Dinucci ha avvertito che il sottovalutato rischio nucleare è più che mai attuale ed occorre rifiutare quest’orizzonte di morte e distruzione. Il grado di incertezza sullo scacchiere internazionale è elevato, a causa del cattivo stato di salute degli USA e dei suoi alleati, al quale fa da contraltare il momento favorevole vissuto dalla Cina, che ora ha dalla sua parte anche le Filippine. Le sanzioni alla Russia non piacciono ai poteri forti italiani, che infatti esercitano, al riguardo, pressioni su Renzi, il quale pensa invece di inviare truppe italiane in Lettonia, al confine russo. Nell’Est europeo l’interventismo americano è ormai molto forte, come dimostrano i casi del gasdotto South Stream – stoppato dalla Bulgaria su ordine del senatore USA John McCain – e dei sistemi missilistici già presenti in Romania e che presto verranno installati anche in Polonia (oltreché in Corea del Sud). Il movimento italiano che si oppone alla guerra è disgregato ed anche per questo il Comitato deve pensare in grande e muovere numeri importanti, rilanciando la campagna contro la presenza di armi nucleari in Italia e chiedendo al governo il rispetto del TNP (Trattato di non proliferazione nucleare) al quale l’Italia aderisce. Dinucci ha riconosciuto che finora la campagna non è decollata. Grazie tuttavia al consigliere Tommaso Fattori, che l’ha fatta propria, la mozione NGNN sulle armi nucleari verrà discussa dal Consiglio Regionale toscano.

Giulietto Chiesa ha voluto evidenziare tre questioni che, secondo lui, caratterizzano il contesto attuale: 1) nessuno sa cos’è la NATO; 2) nessuno crede che stiamo rischiando un conflitto nucleare; 3) tutti pensano che, alla fine, le parti in causa si metteranno d’accordo e non succederà nulla. Chi invece, secondo Chiesa e stando alle dichiarazioni effettuate, dimostra di aver capito la drammaticità del momento sono gli appartenenti all’élite economica mondiale, come Rockefeller, Rothschild o De Benedetti, che hanno tutti fatto riflessioni molto simili tra loro sulla tenuta del sistema economico globale e non si tratta purtroppo di catastrofismo. Se si considera, poi, che negli USA le probabilità che vinca la Clinton sono elevate, ciò rappresenta un’assicurazione sull’escalation di eventi negativi futuri. L’incidente è purtroppo dietro l’angolo, dato che l’Occidente e gli USA pretendono di continuare a dettar legge al resto del mondo, sebbene non abbiano più le “forze” per farlo. Chiesa ha chiesto di uscire dall’assemblea con un coordinamento ed un coordinatore nazionali, oltre che con una mailing list di persone attive, ed ha lanciato la proposta di una manifestazione nazionale contro la guerra e contro la NATO entro la fine dell’anno, sulla quale il Comitato dovrà chiedere a tutte le forze politiche e sociali di esprimersi.

Sull’idea della manifestazione è tornato anche Luigi Tranquillino di Casa Rossa Milano, che, ai fini di una sua migliore riuscita, ha chiesto di tripartirla sul territorio nazionale. Fausto Sorini ha invece auspicato che ogni realtà territoriale del Comitato riesca a insediarsi in almeno un luogo di lavoro. Giovanna Pagani (NGNN Livorno) ha riportato la sua esperienza all’International Peace Bureau che si è svolto a Berlino dal 30 settembre al 3 ottobre scorsi, mentre Franco Trinca ha chiesto di pretendere una politica di pace e collaborazione con la Russia. Alla fine della giornata, oltre al Coordinamento Nazionale delle varie realtà territoriali, è stata anche decisa la costituzione di un Comitato internazionale che curerà i rapporti con analoghi movimenti presenti in Europa e che perorerà la causa dello smantellamento di tutte le basi militari non europee presenti sul suolo continentale.

Intelligence Collettiva in salsa italiana

Il 30 Settembre 2016 ho preso parte all’evento “Intelligence Collettiva: la sicurezza nello spazio cibernetico”, organizzato dai membri del COPASIR aderenti al Movimento 5 Stelle e tenutosi a Roma nell’Aula dei Gruppi di Montecitorio.

Ha introdotto i lavori l’On. Angelo Tofalo, che ha ricordato alla platea come il suo partito, se fosse al governo, attuerebbe un piano per la formazione e l’informazione dei dipendenti della Pubblica Amministrazione ed istituirebbe un’agenzia per la cyber-security, intento quest’ultimo richiamato anche dall’On. Luigi Di Maio, il quale, portando nell’occasione i saluti dalla Camera, ha anche chiesto più controlli in rete. Verrebbe da dire: l’importante è orientarli bene…

Il primo relatore ad intervenire è stato Antonio Teti, esperto di cyber-security e cyber-intelligence, che si è soffermato sul tema della sicurezza legata al fenomeno del terrorismo, partendo dal concetto di captologia, cioè lo studio e l’utilizzo della tecnologia come strumento persuasivo. All’interno di ISIS è nato così il Cyber Caliphate, che – ha sottolineato Teti – vede la partecipazione di giovani acculturati. Fini ultimi dei terroristi sarebbero la ricerca del “sublime” (“lo squisito terrore”) di cui parla il filosofo Burke, ossia la gioia nell’infliggere dolore agli altri, e lo “jihadi cool“. Quello degli estremisti religiosi sarebbe solo uno dei diversi profili prede del Cyber Caliphate e, a supporto di questa tesi, Teti ha ricordato la figura di Ahmad Rahami, attentatore del peso di 200 chili e ricordato dagli ex compagni di scuola come “il clown della classe”. A contrastare casi come questi ci sarebbero la Web Intelligence e la Social Media Intelligence. Risultati? Li conosciamo già…

Il secondo intervento è stato quello di Andrea Rigoni, advisor internazionale di Cyber Defence, che ha ricordato come le minacce via rete non siano facilmente percepibili ed evidenziato il potere che hanno ormai le grandi aziende del web a causa dell’enorme quantità di dati che hanno accumulato, sfuggendo così al reale controllo degli Stati, i quali cercano di scendere a compromessi con loro. Sempre per restare in tema di minacce, ha citato i cosiddetti State-sponsored actors, che operano a livello del deep web, quella parte della rete non indicizzata dai motori di ricerca. Ha poi rimarcato l’importanza della NATO per rispondere alle sfide in tema di cyber-security. Auguri a tutti!

E’ stata quindi la volta di Pierluigi Paganini, esperto di cyber-security ed intelligence, che ha focalizzato il suo intervento sul dark web, nell’ambito del quale si naviga in anonimato nascondendo il proprio indirizzo IP. Con Tor, ad esempio, si può così ricorrere ai black markets (dove si possono acquistare anche dati rubati) o fare propaganda. Gli attori del dark web sono gruppi criminali, agenzie di intelligence, gruppi di attivisti come Anonymous, terroristi. Tra i cyber crimes frequentemente commessi nel dark web vi sono i crimini finanziari, come il money laundering. Inoltre, con Fakben si può creare un ransomware e xDedic consente di acquistare server per sferrare attacchi cyber. Paganini ha ricordato il progetto Stinks, svelato da Edward Snowden ed elaborato dalla NSA per decifrare l’identità degli utenti Tor, e i tentativi tedeschi di controllare ed arginare il dark web per mezzo dell’unità ZITIS.

Infine ha preso la parola il Generale della Guardia di Finanza Umberto Rapetto, che ha sottolineato la differenza che esiste tra internet e web. Per quanto riguarda i crimini commessi in rete, ha portato l’esempio di quelle attività State-controlled diffuse in Centroamerica, che consentono di perpetrarne impunemente. Ha quindi detto di essere d’accordo con l’idea di Intelligence Collettiva propugnata dagli organizzatori.

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E vediamola un po’ più da vicino quest’idea, che d’acchito potrebbe anche intrigare i più, ma che mi sembra debba ancora essere ben implementata e liberarsi dalle tante ambiguità di cui ancora soffre e che anche i diversi interventi hanno evidenziato. I grandi assenti nelle parole sia degli organizzatori che dei relatori sono stati i cittadini; a ricevere attenzioni a tratti smodate sono stati invece governi e aziende. Ci si è chiesti allora cosa stanno facendo i governi per difendere i propri interessi, senza interrogarsi su cosa stanno facendo i governi per difendere i propri cittadini. La risposta a questo secondo interrogativo dovrebbe essere netta ed inequivocabile: “NULLA!”. E’ vero che il cyberspace è insicuro, ma in che termini lo è? Qui si avverte ancora ingombrante la presenza della sindrome securitaria alimentata dopo l’11 Settembre 2001, per cui i pericoli verrebbero solo dal “diverso”, dai criminali, dai terroristi: non è così! Occorre riconoscere – e dovrebbero farlo anche figure istituzionali come i parlamentari – che vi sono dei reati commessi in rete da polizie, militari, servizi segreti, agenzie di intelligence, ai quali vengono stanziati sempre più fondi e conferiti sempre più poteri, con il rischio di creare così una bestia non più domabile. Prima ancora che chiedersi come ci si difende dai rischi della rete, bisognerebbe chiedersi da chi o da dove provengono tali rischi. A voler guardare in faccia la realtà, è più probabile che provengano da qualche governo piuttosto che da qualche jihadista invasato. Con ciò non voglio negare che il cyberspace sia utilizzato anche a fini di propaganda terroristica, ma se alcuni dei miei post su Facebook vengono cancellati non mi vien da pensare a qualcuno che lavora per il Cyber Caliphate! Per avere più sicurezza occorre quindi invertire la rotta finora seguita, accrescendo la partecipazione dei cittadini, riducendo i poteri di apparati di sicurezza e repressione e vietando pratiche liberticide e violatrici della privacy come: la creazione di backdoors nelle app; l’uso da parte degli apparati di sicurezza ed intelligence di “finestre” con poteri di amministratore nei social networks; la sorveglianza di massa. E’ da atti concreti come questi che si distinguono i governi che vogliono l’emancipazione individuale e collettiva dei propri cittadini da quelli che preferiscono ancora coltivare il concetto di sudditanza. Ho comunque l’impressione che, in Italia, il livello di consapevolezza dei cittadini relativamente ai propri diritti digitali sia ancora molto basso. In quanti, infatti, hanno mai sentito parlare o partecipato ad un cryptoparty? E in quanti si sono accorti che, su Wikipedia, non esiste la pagina italiana del termine “Encryption“?

Tutti pazzi per la Germania?

Paesi europei come la Germania hanno coscientemente scelto ed alimentato il sistema criminogeno di cui ho già scritto nel post precedente, legalizzandolo e finanziandolo cospicuamente. L’anno scorso, ad esempio, i giornalisti investigativi di Correctiv.org hanno meritoriamente messo in risalto il business grazie al quale prosperano le cliniche psichiatriche tedesche, che ottengono un sovvenzionamento medio pari a 250 euro al giorno per paziente. Ecco spiegato il continuo pressing su chiunque capiti loro a tiro affinché si ricoveri presso le loro strutture; ecco perché in Germania gli psichiatri abbondano e molti medici che non lo sono decidono di diventarlo. Se è un medico di famiglia a diventarlo, potendo egli stabilmente seguire un certo numero di pazienti, organizzerà sapientemente il “battage pubblicitario”, in modo da far passare e sedimentare negli assistiti l’idea che non c’è niente di male nel ricorrere a cure e strutture psichiatriche. Quando il martellamento delle coscienze è continuo ed è ammantato di (pseudo-)autorevolezza poiché perpetrato dai camici bianchi (figlia di questa subcultura è la celebre espressione “E chi te l’ha ordinato?! il medico?”), quel messaggio – come ci insegna la statistica – si trasforma in moda, diventa cioè l’elemento più ricorrente. Non c’è allora da stupirsi se nell’arco dell’ultimo decennio, in Germania, il numero di pazienti ricoverati in cliniche psichiatriche è aumentato del 28%. Ogni anno il numero di coloro che vi approdano è superiore alle 100.000 unità e chissà con quali fantasiose motivazioni…

Medici ed industria farmaceutica ringraziano sentitamente tutti gli sprovveduti che decidono di ricorrere allo psicoterapeuta ogni volta che incontrano una pur piccola difficoltà nella vita, non solo perché – come abbiamo visto – i motivi per ricoverare pazienti non mancano, ma anche perché c’è la possibilità di farmacologizzare questi ultimi a vita, esattamente come accade ai malati di AIDS, che attendono invano e da decenni un vaccino che sembra chiamarsi Godot. Gli psicofarmaci, ormai prescritti con facilità estrema anche ai bambini, presentano effetti collaterali così importanti da stravolgere ritmi biologici e vita di chi li assume e da essere talvolta, proprio per tale motivo, somministrati. Lo stato di salute generale e la qualità della vita dei pazienti regrediscono, mentre il problema che il medico intendeva risolvere con la sua prescrizione viene al massimo rimosso, che è cosa ben diversa. A tal proposito basta affacciarsi in una clinica psichiatrica o anche venire a contatto con una persona in cura con gli psicofarmaci per rendersi conto che in quegli animi regna, il più delle volte e a seconda dei casi, insoddisfazione, infelicità, intontimento…

“Alle montagne della follia” di H. P. Lovecraft; concept di Ivan Laliashvili lovecraft-at_the_mountains_of_madness_7_by_ivany86

Qualcuno che se la ride però c’è. Come gli sciacalli che mossi dal celebre “mors tua vita mea” se la ridono durante i terremoti, medici e industria del farmaco si fregano adeguatamente le mani. Per un’impresa la diffusione e la vendita di un prodotto sono le migliori armi per massimizzare i profitti. Nel 2014, in Germania, c’è stata una vera e propria esplosione della spesa per farmaci: +10%, da 32,1 a 35,4 miliardi di euro. Alla base di queste cifre vi è anche quello che è stato definito “das pharmafreundliche Klima” dell’attuale governo Merkel; un clima, appunto, favorevole – nel senso che sono stati fatti veri e propri favori – all’industria farmaceutica. A questa temperie contribuiscono attivamente anche i medici, i quali, nel momento in cui prescrivono un farmaco, non è detto stiano pensando a ciò che più fa al caso del paziente. Se, ad esempio, quel farmaco rientra in un programma – stabilito dalla casa farmaceutica – di osservazione sui suoi utilizzi e somministrazioni, paradossalmente di quel medicinale ne avrà più bisogno il medico che il paziente. Per tali programmi, infatti, le case farmaceutiche pagano ai medici tedeschi svariate centinaia di euro a paziente. In media, il “pensierino” nel corso del 2014 è stato pari a 669 euro a paziente, con circa 71.000 medici che hanno ricevuto contributi non solo per i suddetti programmi, ma anche a titolo di onorari per conferenze e rimborso spese per corsi di aggiornamento e pernottamenti in albergo, così da far raggiungere a tali trasferimenti quota 575 milioni di euro. La maggior parte dei camici bianchi, dopo aver afferrato il maltolto, scappa pure, rifiutandosi di far conoscere al pubblico le proprie generalità e dimostrando in tal modo di non avere la coscienza a posto. Un po’ di sana inquietudine dovrebbe invece animare, nel caso venissero correttamente informati, quell’1,7 milioni di pazienti utilizzati come cavie o mezzi per raggiungere altri biechi fini e interessati da queste pratiche di carattere tutt’altro che scientifico. Essi non sono posti al centro del sistema, poiché questo si nutre di rapporti venali e di convenienza, che devono a loro volta edificare carriere, emolumenti, profitti e produrre benefici tangibili in primis per gli operatori del settore: insomma, per un sistema, il massimo dell’autoreferenzialità. “Keiner ist so nett wie der Pharmareferent“, “Nessuno è gentile quanto l’informatore del farmaco” titolava efficacemente un articolo del luglio scorso di Correctiv. Il sentiment è provato: perché negarlo?

Servile sanità criminale in Canada e negli USA

“Mi asterrò dal recar danno e offesa.”

“E a me, dunque, che adempio un tale giuramento e non lo calpesto, sia concesso di godere della vita e dell’arte, onorato degli uomini tutti per sempre; mi accada il contrario se lo violo e se spergiuro.”

(Dal Giuramento di Ippocrate)

Quante volte, nel momento del bisogno, abbiamo messo la nostra salute e, in certi casi, la nostra stessa vita nelle mani di un medico o di una struttura sanitaria? Ebbene, occorre sapere ed essere coscienti del fatto, nella stragrande maggioranza dei casi, la persona umana, la sua salute e il suo diritto alla vita non sono al centro delle attenzioni di chi, per motivi professionali, dovrebbe occuparsene. L’acclarato ruolo ancillare svolto dai sistemi e dagli operatori sanitari al servizio di esigenze, contingenze e talora ordini imperiali è ormai un cancro che pervade sempre più un cruciale ambito di servizi alla persona; cruciale perché incide potentemente sulla qualità della vita di chi se ne avvale. Sarebbero necessarie profonde riforme – se non addirittura una rivoluzione culturale – per smantellare, nella migliore delle ipotesi, ignoranza e pregiudizi, quando non addirittura cinismo, carrierismo, potentati occulti e mafiosi, ricerca smaniosa e (parrebbe proprio il caso di dirlo) morbosa del profitto, che ormai costituiscono le fondamenta di una sanità decisamente malata. Il danno e il disprezzo che riceve il paziente sono una “naturale” conseguenza di questo sistema apertamente criminogeno e dis-umano.

Qualcuno potrebbe pensare che le problematiche appena richiamate siano tipiche di Paesi che hanno sempre investito molto poco nella sanità, che hanno sistemi educativi ed universitari deboli e deficitari, che patiscono elevati e diffusi livelli di corruzione o nei quali, per i motivi più disparati, la vita umana conta meno di zero. Niente di più sbagliato. Scriverò del caso tedesco in un post successivo, mentre oggi mi soffermerò sul Nord America e le sue inoccultabili miserie. E’ negli Stati Uniti e nel Canada, infatti, che sono state scientificamente implementate, col supporto e la partecipazione di medici e scienziati, politiche di sterminio e sperimentazioni a danno dei nativi americani. E’ lì, quindi, che sono state scritte macabre pagine di quel razzismo istituzionale che ho già avuto modo di trattare, per altri motivi, nel primo post di questo blog. In particolare, in Canada, negli anni Quaranta del secolo scorso, il governo elaborò e mise in atto un programma di sperimentazioni da condurre sui bambini indigeni delle scuole residenziali (veri e propri ghetti di Stato gestiti dal clero cattolico), programma che portò alla malnutrizione delle cavie, alla sospensione delle cure dentistiche e alla sterilizzazione di ragazzine indigene. Ai danni subiti da tali soggetti indifesi e perseguitati fecero da contraltare i benefici che ricevettero le carriere dei ricercatori e nutrizionisti coinvolti.

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Negli Stati Uniti, invece, le sterilizzazioni forzate a danno di uomini e donne sono state attuate sia nelle carceri che, subdolamente, negli ospedali, ad esempio in occasione dei parti. Secondo il Center for Investigative Reporting (CIR), solo dal 2006 al 2010 nelle carceri californiane sarebbero state sterilizzate ben 150 detenute. Come si vede sono pratiche lesive della persona e dei suoi più basilari diritti umani, produttrici di danni irreversibili e che vengono impunemente portate innanzi fino ai giorni nostri. E’ bene inoltre sottolineare che nel quartier generale dell’Impero (ma non solo lì, visto che in fatto di psichiatria ha fatto da scuola al resto del mondo) se si è invisi all’autorità, da questa targetizzati o si finisce nelle mani di un medico spregiudicato e/o corrotto, si rischia l’ospedalizzazione psichiatrica forzata. Non importa se non si è pericolosi o non si sono commessi reati; l’importante è distruggere l’individuo (con tanti saluti ad Ippocrate, ovviamente). Il potere del medico è così sfacciatamente ampio che può persino trattenere a tempo indeterminato il paziente che ha accettato o richiesto di sua sponte il ricovero o che è stato ricoverato su richiesta della famiglia poiché minorenne. Questi potenti servi dell’Impero – tali perché acconsentono quotidianamente ad irrazionali se non criminali richieste delle autorità oltre che alle varie politiche dell’industria del farmaco – si arrogano così il diritto di affossare deliberatamente esseri umani, devitalizzandoli con le loro terapie e facendone degli zombieNessuno si azzarda a far loro le pulci o a sentenziare sul loro operato; sono invece loro a sentenziare sugli altri, a stigmatizzare il malcapitato di turno, a calunniarlo senza remora alcuna, sia durante l’esercizio della professione che in eventuale sede processuale, dove ciò che dice il medico può avere un peso decisivo nella formazione della sentenza. E tranquilli: la grandinata non è ancora finita…