Contro molestie sessuali e stalking (anche organizzato)

In un mio contributo scritto al dibattito post-elettorale sollecitato da Potere al Popolo all’indomani delle elezioni politiche del 4 Marzo scorso avanzavo, tra le altre, la seguente proposta:

Per regolare, invece, la partecipazione e allontanare quindi, da manifestazioni innanzitutto, ma anche assemblee, i provocatori e gli infiltrati, credo che Potere al Popolo possa pensare di assegnare selezionati e fidati compagni ad un discreto servizio d’ordine, per prevenire o – nei casi peggiori – risolvere spiacevoli situazioni. So di non proporre nulla di nuovo, dato che parliamo di una soluzione messa già in campo, ad es., da tanti gruppi e movimenti sessantottini (anche se con finalità e dotazioni diverse), però non possiamo neanche fingere di non sapere come si sono svolte e come sono finite, “grazie” a black bloc e apparati repressivi dello Stato, le giornate del G8 di Genova 2001 e come sta montando in Italia quella “marea nera” dapprima sdoganata e poi negata da giornalisti e media mainstream.”

A seguito dell’indizione, da parte del movimento, della sua IV Assemblea Nazionale, che si terrà a Napoli presso l’Ex OPG Occupato “Je so’ pazzo” i prossimi 26 e 27 Maggio, intendo ora rilanciare tale proposta, avanzandone un’altra che sia ad essa complementare. Non basta, infatti, individuare provocatori e infiltrati. C’è chi fa del sessismo una (magari segreta) ragione di vita e c’è chi affligge e perseguita il suo prossimo. Occorre allora saper agire anche successivamente alla scoperta di fatti ed elementi indesiderati con il fine di rendere giustizia alle vittime e “creare anticorpi” affinché ciò che è avvenuto non abbia a ripetersi.

Nei movimenti ci sono elementi organici ad essi e magari anche rispettati, che sfruttano la propria “posizione” per mettere in atto comportamenti sessisti e molestie sessuali di vario tipo (verbali, non-verbali, fisiche o a mezzo internet o telefono). Ancora, nella vita di movimento possono verificarsi episodi di stalking classico (perpetrato da una sola persona) o instaurarsi anche prassi di stalking organizzato (c.d. gang-stalking, quindi messo in atto da più persone). In tale ultimo caso, è bene ricordare che il rischio di infiltrazione aumenta notevolmente. Spesso ciò che muove queste persone alla partecipazione e alla vita politica sono esattamente tali riprovevoli condotte: la vita di movimento è solo un mezzo, una copertura.

Relativamente alle tematiche introdotte, molto interessante e condivisibile mi è apparso un documento prodotto dal gruppo di New York delle Peoples Power Assemblies, movimento di base della sinistra radicale USA che si batte per dar forza e voce a lavoratori ed oppressi nella richiesta di più lavoro e stato sociale, contro il razzismo, il terrore poliziesco e il sessismo. Tale documento analizza il tema delle molestie sessuali nei movimenti sociali, ma le – a mio modo di vedere – avanzate  soluzioni che prefigura sono assolutamente adattabili anche a quello dello stalking. Premesso che:

  • queste condotte indeboliscono il movimento;
  • sia la vittima che chi molesta possono essere un uomo o una donna;
  • la vittima non deve per forza essere del sesso opposto a quello del suo molestatore;

ad un certo punto viene posta la seguente domanda:

Come possiamo affrontare violenza, molestie e oppressione all’interno del nostro gruppo e delle nostre comunità?

Tra le principali soluzioni proposte troviamo innanzitutto l’accountability (ossia la responsabilizzazione, il dover rendere conto) sia dell’individuo che del gruppo. Si invita quindi a riconoscere che il sessismo è spesso inconscio e si suggerisce alle vittime, quando ciò non comporti dei rischi, di far presente al molestatore che ha passato il segno o, quando questo non funziona, di cercare aiuto nel gruppo. Si pone anche l’accento sul fatto che spesso si tende a non credere alle vittime, poiché certi costumi e prassi sono “socializzate”, internalizzate, anche nei movimenti progressisti. Questo rappresenta indubbiamente una sfida per tutt*.

Assemblea PalP del 18032018

Il modello di giustizia appropriato potrebbe pertanto essere quello “di trasformazione”, contrapposto a quello di “giustizia riparatoria” e che si prefigge i seguenti obiettivi:

  • dare alla vittima ciò di cui ha bisogno e chiedere conto a chi ha fatto del male;
  • è l’intera comunità ad essere impattata da violenza e molestie e sta a tutti i suoi membri misurarsi con la situazione;
  • produrre nel movimento quei cambiamenti necessari a che determinati episodi di violenza non si ripetano in futuro;
  • dobbiamo combattere l’oppressione in tutte le sue forme.

Cosa fare allora, in concreto?

  • Mettere al centro la vittima e le sue richieste, la sua sicurezza, il suo supporto ed autodeterminazione. Tutt* sono tenut* a rendere conto del proprio comportamento e tale processo potrebbe prevedere l’esclusione dal movimento di chi ha usato violenza e prevaricazione se la vittima o gli altri membri avvertono lo spazio come non sicuro;
  • creare un processo atto ad affrontare gli abusi dei membri e a trasformare il loro comportamento;
  • impegnarsi nel continuo sviluppo dei militanti per rimuovere le condizioni politiche che rafforzano oppressione e violenza.

Per dare realmente centralità alla vittima occorrerebbe inoltre chiamarla a far parte di un gruppo per l’accountability, la cui istituzione sarebbe – secondo me – “la ciliegina sulla torta”, la naturale conclusione di questo discorso. Impossibile, infatti, prescindere dall’esperienza della vittima per elaborare strategie che consentano reali progressi al movimento. Ovviamente il gruppo ascolterebbe, poi, sia la vittima che chi ha commesso abusi. In un modello come questo, la vittima dovrebbe avere titolo ad avanzare una serie di richieste, del tipo:

  • “Affronta i tuoi problemi”;
  • “Se mi vedi fuori, è tua responsabilità andartene”;
  • “Non parlarmi e non contattarmi”;
  • “Non ti recare a questo o a quel meeting”;
  • “Scrivimi una sincera lettere di scuse (possibilmente pubblica)”;
  • “Comunica a queste persone che sei parte di questo processo”.

In tal modo, le richieste della vittima guidano il processo, mentre il gruppo per l’accountability lavora con l’autore delle molestie, assicurandosi che le predette richieste siano soddisfatte. Non ha importanza alcuna se il processo richiederà mesi o anni: il gruppo farà regolarmente il punto della situazione, fino a quando il processo non sarà finito. La mancanza di impegno o il rifiuto di completare il processo deve avere delle ripercussioni (ad es., la richiesta di lasciare per sempre il movimento).

Potere al Popolo aspira ad essere “una comunità che non lasci solo nessuna e nessuno”: d’accordissimo! La presente proposta intende fornire un contributo fattivo alla costruzione di un movimento che abbia come bussola queste parole; un contributo che, attraverso pratiche di trasformazione, incida sugli orizzonti organizzativi, culturali e umani del progetto politico.

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