Gang-stalking: insabbiare è d’obbligo, non assistere pure

Il 16 luglio scorso ho informato – ai suoi più alti livelli (tra i destinatari anche il gabinetto del ministro Matteo Salvini) e per iscritto – il Viminale sulle operazioni di gang-stalking di cui sono vittima io e con me tanti altri cittadini, chiedendo provvedimenti atti a consentire alla Polizia italiana di assistere efficacemente i Targeted Individuals. Due giorni prima si era verificato l’ennesimo caso di “malapolizia” ai miei danni, che doveva necessariamente – data l’occasione – essere portato a conoscenza del ministero:

“Sabato 14 intorno alle 21:15 ho chiamato la Polizia di Frontiera dell’Aeroporto di Alghero-Fertilia allo 079935044 per chiedere delle informazioni. In particolare, all’agente (uomo) che ha risposto alla mia chiamata ho chiesto a quale autorità andrebbero denunciati eventuali casi di stalking che si dovessero verificare a bordo dell’aereo che tra qualche giorno mi dovrà portare in quella località. L’agente mi ha risposto che le denunce per fattispecie del genere vanno presentate alla Polizia di Frontiera dalle 9 alle 12 del mattino oppure, in alternativa, al Commissariato di Polizia di Alghero a qualsiasi ora.

Ciò che vorrei portare alla Vs. attenzione è soprattutto il seguente fatto. Una volta che l’agente di polizia ha saputo che sono vittima di stalking organizzato e che lo sono stato già su altri voli presi in passato, ha messo in atto un vero e proprio comportamento discriminatorio, dicendomi con tono liquidatorio “Può andare direttamente ad Alghero, guardi, non c’è problema…”, in tal modo rifiutandosi di prestare eventuale assistenza ad una vittima di Crimini Contro L’Umanità ex art. 7 dello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale. Da me sollecitato, ha poi stranamente dichiarato di non sapere quali reati andrebbero denunciati ai Carabinieri, che hanno anch’essi un ufficio in aeroporto. L’atteggiamento e le risposte date erano tipiche non solo di colui il quale ha fretta di concludere quanto prima la telefonata, ma anche di colui il quale sa perfettamente di cosa si sta parlando e vuole evitare grane al proprio ufficio: non proprio il miglior modo di servire i cittadini…

Il fatto rappresenta l’ennesima conferma di ciò che sostengono tutte le vittime di reati come lo stalking organizzato ed altri connessi, ossia che questi programmi rappresentano delle vere e proprie Covert Ops che non vengono mai indagate e combattute da forze di polizia (elementi delle quali anzi vi prendono parte) e magistratura inquirente (ne so qualcosa avendo vanamente presentato nel corso degli anni corposi esposti e memorie). Tale atteggiamento, che ha ovunque – non solo in Italia – coperture politiche, rassicura chi è attivo nella (vasta) rete criminale internazionale, della quale fanno parte – ne parlo per esperienza diretta, è bene ricordarlo – anche soggetti appartenenti alle organizzazioni mafiose.”

Al Viminale sembrano però particolarmente occupati con migranti e dintorni e a distanza ormai di un mese e mezzo non hanno fornito il riscontro richiesto alla mia richiesta/segnalazione. Si dimostra, pertanto, vuota propaganda quella fatta da Salvini sui social a colpi di #primagliitaliani o #lamafiamifaschifo. Di più: chi mi segue su Twitter sa che il Ministro dell’Interno era stato da me informato sulla mia situazione ben prima del 16 luglio. Tutto lascia allora supporre che anche per il prossimo futuro alle vittime di gang-stalking verranno ancora negate assistenza e indagini e saranno invece assicurate (istituzionali) discriminazioni.

E’ bene precisare che spostandosi dai vettori aerei alla strada la situazione non cambia. Per quanto mi riguarda, infatti, sono costantemente vittima (anche nelle ore notturne) di assalti condotti da più soggetti alla guida di mezzi anche pesanti, che operano in squadre, fanno sovente uso di fari abbaglianti e antinebbia anche posteriori e hanno stili di guida aggressivi per mezzo dei quali hanno già danneggiato la mia autovettura. Segnalare tempestivamente queste ripetute violazioni del codice della strada, che mettono a repentaglio la mia sicurezza e quella degli altri guidatori sia su strade urbane che extraurbane (autostrade incluse), non è semplice dato che spesso il numero di targa del veicolo non è visibile: per causa di forza maggiore, perché le luci che dovrebbero illuminarlo sono spente oppure perché è parzialmente abraso. Anche in questo caso occorrerebbe fornire una pronta e adeguata assistenza alla vittima, invece dei vari uffici di Polizia Locale da me contattati al riguardo solo alcuni si sono degnati di rispondere e le soluzioni proposte sono decisamente poco praticabili.

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In evidenza assalto condotto per mezzo di  autovettura con retronebbia acceso (il faro più luminoso sulla sinistra) in condizioni di ottima visibilità

Queste vere e proprie pratiche criminali hanno ricadute anche sulla mia salute e benessere, come è ad esempio successo nella notte tra il 25 e il 26 luglio scorso, quando ho affrontato un lungo viaggio in auto per l’Italia e a un certo punto mi sono dovuto fermare a riposare, non perché avessi sonno, ma a causa del dolore agli occhi causato dagli assalti subiti di continuo e per centinaia di chilometri. In quell’occasione, non viaggiando da solo, sono comunque riuscito a prendere alcuni numeri di targa, che ancora una volta confermano il carattere internazionale di queste tanto pericolose quanto protette reti criminali:

  • FK933MH
  • EG095PS
  • ACDX914 (auto con targa tedesca)
  • BBIS166 (auto con targa tedesca)
  • EX409CF (Opel bianca)
  • CR431YX
  • VD148017 (auto con targa svizzera)
  • DB378MA (Volkswagen Golf)
  • EW084PN (camion DHL con abbaglianti e retronebbia accesi in condizioni di ottima visibilità)
  • CY624FC
  • SDM1088 (Volkswagen Polo con targa tedesca)
  • ZH201540 (Toyota con targa svizzera)
  • DW266XN (Fiat Punto)

Quella notte le forze dell’ordine italiane erano presenti sulla rete autostradale (ricordo perfettamente almeno due volanti della polizia ferme ad una stazione di servizio): non hanno notato nulla di strano?

Colombia, le verità nascoste

In questi giorni, a seguito dell’attentato organizzato ai danni di Nicolas Maduro in Venezuela, si è avuta palpabile dimostrazione di quanto l’opinione pubblica occidentale sia accecata dalle bugie e mistificazioni propalate dai media mainstream e in larghissima parte incapace di qualunque valutazione e discernimento critici. Al solito refrain del tipo “in Venezuela c’è la dittatura” si è così aggiunta l’insistente insinuazione dell’auto-attentato, ormai completamente smontata da fatti, rivendicazioni, ammissioni, rivelazioni, video e chi più ne ha più ne metta. Verrebbe però perlomeno da chiedere ai numerosi pseudo-scettici: ma questo non è il tanto odiato (da parte del mainstream e delle élites dominanti) complottismo, che è inaccettabile quando si parla di Twin Towers tirate giù dal Deep State americano e invece va bene e viene sposato da tutti senza battere ciglio se si deve screditare il processo bolivariano?

Il Paese confinante a ovest con il tanto detestato Venezuela e al quale dà non pochi grattacapi, la Colombia, è tenuto volutamente lontano dai riflettori dell’informazione interessata e serva degli interessi dell’Impero perché, altrimenti, finiremmo per accorgerci che in America Latina e nel mondo ci sono luoghi dove davvero la libertà è solo una bella parola, la vita umana non conta nulla e dove si compiono scelte politiche prone agli interessi dell’Occidente piuttosto che a quelli delle popolazioni locali. I movimenti popolari colombiani sono vittime di una sistematica operazione di sterminio e intimidazione che difficilmente vedrà una fine ora che alla presidenza del Paese è stato eletto quell’Ivan Duque sponsorizzato dall’ex presidente Uribe e sostenuto da tutti i potentati politici ed economici e dalle organizzazioni paramilitari che vogliono minare il processo di pace. La guerra interna, durata oltre mezzo secolo e che ha visto i governi colombiani contrastare le forze ribelli e i settori della popolazione che le appoggiavano anche con metodi terroristici suggeriti da consiglieri militari USA, è costata la vita ad oltre 220.000 persone, senza dimenticare gli oltre 92.000 desaparecidos e i quasi 8 milioni di sfollati. La genesi di questo conflitto – che non a caso ha impattato in particolar modo le comunità afro-colombiana, indigena e campesina – è da ricercarsi nella brama del capitalismo globale di accaparrarsi le terre e le abbondanti risorse (non a caso censite anche dalla CIA nel suo “The World Factbook”) del territorio colombiano; avidità che è ovviamente nutrita anche nei confronti del petrolio venezuelano, protetto però da un governo che è strenuamente osteggiato e sabotato proprio cerca di arginare pratiche predatorie che porterebbero solo ad un arricchimento di poche società transnazionali e a vantaggi per pochi Paesi, Stati Uniti in primis. E’ pertanto “naturale” che la pace in Colombia sia osteggiata dai grandi proprietari terrieri, dall’industria agroalimentare ed estrattiva, dai narcotrafficanti, dalle società transnazionali e dai gruppi paramilitari di destra al loro soldo, dai militari, dagli uomini d’affari e dai politici ad essi legati. Questi settori della società colombiana si oppongono al ritorno degli sfollati nelle loro case e a qualunque riforma agraria (in Venezuela, invece, nel 2001 Chavez ne è avviata una che ha aggredito il latifondo, non può ancora considerarsi conclusa e va avanti nonostante le non poche difficoltà).

It's Colombia, not Columbia

La vittoria di Duque alle ultime elezioni presidenziali dà forza e voce a questi nemici della pace. La situazione nel Paese era comunque drammatica già prima della sua elezione. Il movimento Marcha Patriotica ha contato ben 385 vittime di violenza politica nel periodo compreso tra l’1 gennaio 2016 e il 14 maggio 2018: a farne le spese attivisti dei movimenti popolari e di sinistra, ex ribelli che avevano consegnato le armi, ex prigionieri politici e loro famiglie, ecologisti, difensori dei diritti umani, studenti, sindacalisti. La maggioranza di questi omicidi sono commessi dai paramilitari ed altri gruppi che operano nell’illegalità, ma ai quali è comunque garantita l’impunità, essendo presenti in luoghi che sono presidiati dall’esercito colombiano. Anche quest’ultimo si è reso a sua volta autore di attacchi armati nei confronti dei movimenti popolari e al momento si trova coinvolto in indagini riguardanti 14 casi di omicidio ai danni di attivisti sociali. Dal mese di giugno, cioè da quando Duque è stato eletto, le statistiche parlano di un quadro in fase di peggioramento, con una media di oltre una vittima di violenza politica al giorno.

Fin dall’inizio di questo sanguinoso conflitto il popolo colombiano ha sofferto il dominio e le ingerenze statunitensi, miranti a raggiungere il controllo del territorio per le imprese nazionali ed estere e una forte presenza militare USA nel Paese. Già nel 1962 la Commissione Yarborough del Pentagono spingeva la Colombia a scatenare contro gli abitanti delle zone rurali il terrore militare e paramilitare. Dal 2000 gli Stati Uniti hanno poi finanziato il Plan Colombia con 11 miliardi di dollari, la stragrande maggioranza dei quali è stata destinata a programmi ed apparati di sicurezza. Assieme ad altri Paesi, la Colombia è oggi partner globale della NATO (alleanza che ha ora una presenza permanente in America Latina), invia le proprie truppe in teatri di guerra come l’Afghanistan e lo Yemen e pattuglia, assieme ai militari USA, le coste dell’Africa Occidentale e del Centroamerica. Partecipando a tali operazioni, ma anche dando ospitalità e supporto ai golpisti venezuelani, in poche parole mettendosi al servizio dell’Impero, la Colombia minaccia il suo popolo, la regione latino-americana e il mondo intero.