Colombia, le verità nascoste

In questi giorni, a seguito dell’attentato organizzato ai danni di Nicolas Maduro in Venezuela, si è avuta palpabile dimostrazione di quanto l’opinione pubblica occidentale sia accecata dalle bugie e mistificazioni propalate dai media mainstream e in larghissima parte incapace di qualunque valutazione e discernimento critici. Al solito refrain del tipo “in Venezuela c’è la dittatura” si è così aggiunta l’insistente insinuazione dell’auto-attentato, ormai completamente smontata da fatti, rivendicazioni, ammissioni, rivelazioni, video e chi più ne ha più ne metta. Verrebbe però perlomeno da chiedere ai numerosi pseudo-scettici: ma questo non è il tanto odiato (da parte del mainstream e delle élites dominanti) complottismo, che è inaccettabile quando si parla di Twin Towers tirate giù dal Deep State americano e invece va bene e viene sposato da tutti senza battere ciglio se si deve screditare il processo bolivariano?

Il Paese confinante a ovest con il tanto detestato Venezuela e al quale dà non pochi grattacapi, la Colombia, è tenuto volutamente lontano dai riflettori dell’informazione interessata e serva degli interessi dell’Impero perché, altrimenti, finiremmo per accorgerci che in America Latina e nel mondo ci sono luoghi dove davvero la libertà è solo una bella parola, la vita umana non conta nulla e dove si compiono scelte politiche prone agli interessi dell’Occidente piuttosto che a quelli delle popolazioni locali. I movimenti popolari colombiani sono vittime di una sistematica operazione di sterminio e intimidazione che difficilmente vedrà una fine ora che alla presidenza del Paese è stato eletto quell’Ivan Duque sponsorizzato dall’ex presidente Uribe e sostenuto da tutti i potentati politici ed economici e dalle organizzazioni paramilitari che vogliono minare il processo di pace. La guerra interna, durata oltre mezzo secolo e che ha visto i governi colombiani contrastare le forze ribelli e i settori della popolazione che le appoggiavano anche con metodi terroristici suggeriti da consiglieri militari USA, è costata la vita ad oltre 220.000 persone, senza dimenticare gli oltre 92.000 desaparecidos e i quasi 8 milioni di sfollati. La genesi di questo conflitto – che non a caso ha impattato in particolar modo le comunità afro-colombiana, indigena e campesina – è da ricercarsi nella brama del capitalismo globale di accaparrarsi le terre e le abbondanti risorse (non a caso censite anche dalla CIA nel suo “The World Factbook”) del territorio colombiano; avidità che è ovviamente nutrita anche nei confronti del petrolio venezuelano, protetto però da un governo che è strenuamente osteggiato e sabotato proprio cerca di arginare pratiche predatorie che porterebbero solo ad un arricchimento di poche società transnazionali e a vantaggi per pochi Paesi, Stati Uniti in primis. E’ pertanto “naturale” che la pace in Colombia sia osteggiata dai grandi proprietari terrieri, dall’industria agroalimentare ed estrattiva, dai narcotrafficanti, dalle società transnazionali e dai gruppi paramilitari di destra al loro soldo, dai militari, dagli uomini d’affari e dai politici ad essi legati. Questi settori della società colombiana si oppongono al ritorno degli sfollati nelle loro case e a qualunque riforma agraria (in Venezuela, invece, nel 2001 Chavez ne è avviata una che ha aggredito il latifondo, non può ancora considerarsi conclusa e va avanti nonostante le non poche difficoltà).

It's Colombia, not Columbia

La vittoria di Duque alle ultime elezioni presidenziali dà forza e voce a questi nemici della pace. La situazione nel Paese era comunque drammatica già prima della sua elezione. Il movimento Marcha Patriotica ha contato ben 385 vittime di violenza politica nel periodo compreso tra l’1 gennaio 2016 e il 14 maggio 2018: a farne le spese attivisti dei movimenti popolari e di sinistra, ex ribelli che avevano consegnato le armi, ex prigionieri politici e loro famiglie, ecologisti, difensori dei diritti umani, studenti, sindacalisti. La maggioranza di questi omicidi sono commessi dai paramilitari ed altri gruppi che operano nell’illegalità, ma ai quali è comunque garantita l’impunità, essendo presenti in luoghi che sono presidiati dall’esercito colombiano. Anche quest’ultimo si è reso a sua volta autore di attacchi armati nei confronti dei movimenti popolari e al momento si trova coinvolto in indagini riguardanti 14 casi di omicidio ai danni di attivisti sociali. Dal mese di giugno, cioè da quando Duque è stato eletto, le statistiche parlano di un quadro in fase di peggioramento, con una media di oltre una vittima di violenza politica al giorno.

Fin dall’inizio di questo sanguinoso conflitto il popolo colombiano ha sofferto il dominio e le ingerenze statunitensi, miranti a raggiungere il controllo del territorio per le imprese nazionali ed estere e una forte presenza militare USA nel Paese. Già nel 1962 la Commissione Yarborough del Pentagono spingeva la Colombia a scatenare contro gli abitanti delle zone rurali il terrore militare e paramilitare. Dal 2000 gli Stati Uniti hanno poi finanziato il Plan Colombia con 11 miliardi di dollari, la stragrande maggioranza dei quali è stata destinata a programmi ed apparati di sicurezza. Assieme ad altri Paesi, la Colombia è oggi partner globale della NATO (alleanza che ha ora una presenza permanente in America Latina), invia le proprie truppe in teatri di guerra come l’Afghanistan e lo Yemen e pattuglia, assieme ai militari USA, le coste dell’Africa Occidentale e del Centroamerica. Partecipando a tali operazioni, ma anche dando ospitalità e supporto ai golpisti venezuelani, in poche parole mettendosi al servizio dell’Impero, la Colombia minaccia il suo popolo, la regione latino-americana e il mondo intero.

Vite illegali sulla rotta Centro America-USA

Nel tardo pomeriggio di ieri, a Monaco di Baviera, presso il Ligsalz8, ho preso parte ad un incontro pubblico organizzato dall’Oekumenisches Buero fuer Frieden und Gerechtigkeit dal titolo “Ninguna vida es ilegal“, che ha avuto come relatori due attivisti centroamericani per i diritti dei migranti, Angela Sanbrano e Luis Lopez. La prima è nata a Ciudad Juarez, in Messico, ma vive ormai da lungo tempo negli Stati Uniti, dove è stata attiva in diverse organizzazioni e reti per la difesa dei migranti come il CISPES (Committee in Solidarity with the People of El Salvador) e il CARECEN (Central American Resource Center) ed ha preso parte all’organizzazione della imponente immigrant rights march tenutasi a Los Angeles nel 2006. Luis Lopez è invece membro del COFAMIDE (Comité de Familiares de Migrantes Fallecidos y Desaparecidos de El Salvador) e dal 2009 prende parte a carovane di parenti dei migranti scomparsi in Messico.

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Appena arrivato sono stato attaccato alla testa per mezzo di armi ad energia diretta e sedato a distanza. Fortunatamente sono riuscito a resistere agli attacchi (che vengono puntualmente messi in atto ogni volta che prendo parte ad eventi simili), dato che l’incontro si è poi rivelato molto interessante e ricco di spunti di riflessione. La mia intenzione di arricchire ulteriormente il blog è stata più forte di quelle di coloro i quali cercano deliberatamente di arrecar danno alla mia salute ed isolarmi. Se lo ritieni opportuno, ora o al termine della lettura puoi anche effettuare una piccola donazione a mio favore cliccando qui.

Angela Sanbrano ha subito messo in evidenza l’ostilità di Donald Trump nei confronti dei migranti provenienti dal Centro America e stabilitisi negli USA ed il fatto che il linguaggio dell’Imperatore ha fornito a razzisti e suprematisti bianchi il nulla osta al compimento di crimini a sfondo xenofobo. Al riguardo ha però intelligentemente aggiunto che il livore manifestato dall’attuale amministrazione si è innestato su una situazione già di per sé infelice, visto che Barack Obama, nel tentativo di scendere a patti con i repubblicani, è stato il presidente statunitense che, rispetto ai suoi predecessori, ha espulso più migranti. Quanto occorre stare attenti a coloro i quali si dimostrano animati da spirito bipartisan! L’annotazione su Obama non mi ha naturalmente colto di sorpresa, avendo già scritto più di un anno fa della violenza poliziesca e del razzismo istituzionale nei confronti delle minoranze presenti negli USA ai tempi dell’ormai ex Imperatore. Il suo successore ora promette di espellere 11 milioni di immigrati undocumented, cioè “clandestini”. Nel frattempo sono già realtà i 637 “centri di accoglienza” per migranti con caratteristiche di vere e proprie prigioni, all’interno dei quali sono detenute oltre 300.000 persone. A settembre di quest’anno Trump ha inoltre interrotto la policy di regolarizzazione temporanea per minori ispirata al cosiddetto DACA (Deferred Action for Childhood Arrivals), esponendo ai rischi di una possibile espulsione circa 800.000 beneficiari. Potremmo dire che i Dreamers sono in preda agli incubi… L’amministrazione a stelle e strisce è anche intenzionata a non rinnovare il TPS (Temporary Protected Status) per gli immigrati provenienti dal Centro America. I migranti sono praticamente tra incudine e martello, poiché a questa politica fatta di odio e respingimenti da parte del Paese di destinazione vanno aggiunte le motivazioni per le quali hanno lasciato i loro Paesi di origine: oltre a pessime condizioni economiche, guerre civili, terremoti, uragani (è stato ad esempio ricordato Mitch, che ha colpito il Centro America nel 1998) e fenomeni di criminalità made in USA come le famigerate pandillas.

Luis Lopez ha informato il pubblico su scopi e attività della sua organizzazione, che chiede sostanzialmente rispetto dei diritti dei migranti e verità, giustizia e riparazioni per le loro famiglie. A queste ultime le cosiddette autorità non portano affatto il rispetto che sarebbe dovuto per le vere e proprie tragedie che vivono. E’ così accaduto che, invece delle spoglie dei propri cari, venissero loro restituiti dei sacchi di sabbia o comunque parti di corpi di estranei. Al fine di agevolare i processi di identificazione dei migranti tra i resti umani presenti in Messico e negli Stati Uniti, nell’agosto del 2010 COFAMIDE ha firmato un accordo con controparti istituzionali e non per la creazione della prima Banca Genetica Forense. Sono purtroppo ancora numerose le fosse comuni contenenti resti di migranti che non sono state localizzate. Tristemente noto al riguardo, invece, è il massacro di Tamaulipas, in Messico, che nel 2010 vide l’esecuzione di massa di 72 persone ad opera del cartello della droga dei Los Zetas. COFAMIDE cerca anche di esercitare pressioni su politici e istituzioni affinché questi vengano incontro alle richieste delle famiglie dei migranti, ma le promesse che scaturiscono da tale attività di advocacy spesso non vengono mantenute. Una storia sentita già tante, troppe volte…

USA, strumenti di dominio imperiale e rivisitazioni linguistiche indotte

La verità è bene non nascondersela mai. E’ quindi triste ma altresì necessario dirsi che la stragrande maggioranza degli uomini e delle donne che abitano questo mondo non hanno contezza – poiché non informati o disinformati – dei rischi per nulla teorici a cui le loro vite sono esposte a causa del giogo imperiale USA. Perché non è un’esagerazione asserire che quando l’Imperatore prende una decisione, le conseguenze di questa si ripercuotono sull’umanità intera.

Nel proseguire, quindi, il bilancio sull’operato di Obama iniziato con il post precedente, cercherò di portare degli esempi concreti di messa in atto del giogo imperiale statunitense sulla popolazione mondiale.

Giusto per capire con chi è che abbiamo a che fare, è bene sottolineare ancora una volta che la violazione dei diritti umani è stata una costante dell’amministrazione Obama e non soltanto per le guerre proseguite o intraprese in giro per il mondo dall’indegno Premio Nobel per la Pace. Troppo poco si parla, ad esempio, delle armi di ultimissima generazione, che non mi risulta l’Imperatore abbia contrastato o dismesso e che possono – quando non utilizzate per uccidere – compromettere la restante vita di singoli soggetti, non a caso denominati targeted individuals (TIs). Già nel 2007 la giornalista del Washington Post Sharon Weinberger aveva reso noto, a seguito di una sua richiesta a norma del Freedom of Information Act (FOIA) all’amministrazione USA, che l’Air Force Research Laboratory aveva brevettato un’arma definita di tipo “psicologico”, atta ad inviare suoni e voci nella testa del soggetto-obbiettivo. Dal punto di vista tecnologico, nove anni sono un’eternità. I “progressi” e i perfezionamenti del dispositivo saranno pertanto stati inevitabili. Chiunque capisce che armi del genere costringono l’umanità a rivedere e riformulare il concetto di tortura, che potrà, a questo punto, essere perpetrata ovunque, eliminando il requisito – finora necessario ai fini della sua realizzazione – della detenzione. La segretezza che avvolge queste ricerche è massima; l’opinione pubblica non deve essere informata. A cosa sta veramente lavorando, ad esempio, l’agenzia del Dipartimento della Difesa USA denominata DARPA? Probabilmente a nulla di rassicurante. Ad essa, infatti, deve essere ascritta la messa a punto della smart dust, micro-computers dal volume inferiore al millimetro cubico, perfettamente autonomi, dotati di batteria e processore e in grado di spiare l’ambiente circostante, forti della loro invisibilità e inafferrabilità.

Darpa - Brain Computer Interface

E’ inoltre bene non dimenticare che Obama è colui il quale ha dato il via (ufficialmente nel 2013) al progetto BRAIN (Brain Research Through Advancing Innovative Neurotechnologies). Gli intenti sono chiari e ben diversi da quelli dichiarati; in particolare sono non-pacifici, nel vero senso della locuzione, visto che Pentagono e DARPA sono della partita. Il coinvolgimento dei militari nel progetto in questione si spiega solo ed esclusivamente con l’irrefrenabile volontà di dominio da parte dell’amministrazione USA sui nostri cervelli e quindi sulle nostre vite. Gli ingredienti per un futuro fatto di repressione, annichilimento, omologazione e controllo ci sono tutti e lo chef è sempre lui: Barack Obama.

Nei suoi otto anni di dominio incontrastato, l’Imperatore ha inoltre continuato a redigere e a tenere aggiornata, come ogni suo predecessore, la sua kill list, un elenco di condannati a morte di respiro internazionale – tanto per far capire chi è che comanda sul pianeta! Ovviamente anche questa, come altre notizie, è debitamente occultata e non messa in risalto dai media mainstream, che altrimenti finirebbero col far bene il loro mestiere, informando un’opinione pubblica prevalentemente assopita e che così realizzerebbe che in giro per il mondo ci sono satrapi e dittatori che non si concedono siffatti efferati lussi.

Armi di ultimissima generazione, progetto BRAIN, kill list: come si vede, l’amministrazione Obama non ha solo puntato sulla guerra come classico strumento di prevaricazione in ambito internazionale, ma ne ha edificato un nuovo tipo, da dichiarare contro i singoli individui, i civili in particolare, non importa quale suolo essi calchino. La prospettiva è talmente temibile e la sproporzione di forze è tale che occorre seriamente ragionare sull’uso che facciamo delle parole. Si tratta veramente di guerra? O è qualcosa di nuovo e inedito (comunque barbarico e violento)? La versione online del dizionario Hoepli della lingua italiana definisce così la guerra: “conflitto armato tra Stati o popoli […] combattuto sul territorio di uno o più contendenti“. Come si vede, la definizione non è calzante poiché: 1) nel caso in esame vi è un solo Stato; 2) non contempla la possibilità che uno dei due contendenti sia un individuo. Decisamente più calzante, invece, la definizione di terrorismo, la quale fa riferimento ad “atti di violenza destinati […] a creare tensione e insicurezza tra la popolazione“; e quella non comune parla di “sistema di governo fondato su mezzi repressivi e violenti contro gli avversari politici“.

Non è quindi insensato sostenere che questa guerra, rivisitata nei metodi e mezzi usati e caratterizzata da gerarchie soverchianti, è una nuova forma di terrorismo di Stato che riflette una strategia della tensione internazionale che purtroppo è già manifesta tra noi, anche per mezzo di bombe e attentati – terroristici, appunto. Il prezzo da pagare non è o non sarà solo il sangue versato o da versare, ma anche buona parte delle libertà e dei diritti civili dei quali godiamo, ma ai quali abbiamo dimostrato di non tenere. Sarebbero stati necessari un maggiore attivismo sociale e un atteggiamento più guardingo nei confronti dei governanti e del potere, invece è da oltre trent’anni che ci limitiamo a delegare (leggi: votare) dei signori che all’inizio non facevano tout-court i nostri interessi ed ora cercano deliberatamente di affossarci, sia quando non ci vogliamo conformare ai loro desiderata, sia quando siamo semplicemente d’intralcio ai loro mortiferi progetti.

 

USA, diritti umani e sicurezza Obama-style

E’ ormai tempo di bilanci per l’Imperatore Obama. Il fatto che si faccia da parte al termine di questo suo secondo mandato non significa affatto né che egli sia (o sia stato) animato da sinceri intenti democratici né che il Paese che ha finora guidato sia una vera democrazia. Mi limiterò per il momento ad alcune considerazioni – suffragate da numeri e fatti e incentrate su diritti umani e sicurezza – sul fronte interno USA, riservandomi di aggiungerne a breve delle altre relative anche al fronte esterno.

Il discorso potrebbe prendere le mosse da una difficile condizione che riguarda circa 40 milioni di cittadini statunitensi, ma non il presidente USA, condizione che egli – per sua fortuna – vive in maniera totalmente diversa. Mi riferisco alla minoranza nera di quel Paese, i cui appartenenti tante speranze avevano riposto nell’elezione (avvenuta persino due volte consecutivamente) di un presidente nero. Inutile nasconderselo: quelle speranze sono state tradite. Oggi, negli USA, le probabilità per un nero di venire ucciso per mano della polizia sono molto più elevate che per un bianco. In particolare, nel 2015 i giovani neri di età compresa tra i 15 e i 34 anni hanno corso un rischio nove volte maggiore rispetto ai loro restanti coetanei di incappare in una morte violenta causata da una divisa. Alla fine dell’anno il tributo pagato da questo 2% della popolazione è stato pari al 15% sul totale dei morti ammazzati dalla polizia. Obama lascia pertanto al suo successore degli apparati di sicurezza e repressivi pervasi dal pregiudizio e dal razzismo e sembra non essersi affatto accorto che su Twitter è nato, a seguito di questa inaccettabile statistica, l’hashtag #BlackLivesMatter – giusto per non rievocare #PoliceBrutality!

In un suo articolo apparso il mese scorso sul Fatto Quotidiano, Stefano Feltri ha fatto riferimento alla città di Chicago e al carattere istituzionale del suo razzismo, che i giovani neri devono quotidianamente fronteggiare. Dalla scuola alla polizia, passando per il carcere, tutta la realtà è a loro avversa. Quella città è però tristemente nota anche per la presenza dell’Homan Square, un luogo di detenzione illegale, un black site gestito dal locale Dipartimento di Polizia, all’interno del quale cittadini statunitensi illegalmente trattenuti sono stati vittime di pestaggi, torture, uccisioni. Una versione domestica delle famigerate carceri segrete della CIA, diffuse in tutto il mondo e che sono state purtroppo ospitate anche da Paesi europei come Polonia e Romania. Facendo propria una logica certo cinica ma anche realistica, la domanda da porsi a questo punto è: se il centro di detenzione di Guantanamo, nonostante le promesse di Obama e le pressioni di parte dell’opinione pubblica internazionale, è ancora funzionante, perché mai l’attuale amministrazione USA si sarebbe dovuta prendere la briga di chiudere l’Homan Square, visto che su di esso sono puntati dei riflettori dalla luce molto più fioca?

Homan_Square

Se un cittadino statunitense è povero, ha la pelle scura o è politicamente attivo al di fuori dello schema bipolare, corre seri rischi di incappare in una detenzione illegale attuata da uno Stato che non solo non formula precisi capi d’accusa a suo carico, ma che non gli consente neanche di parlare con un avvocato. E’ questa forse la strada per far sì che si concretizzi il tanto sbandierato e inalienabile diritto alla felicità sancito dalla Costituzione USA? E di che risma di consiglieri si è circondato Obama, se Rahm Emanuel, attuale sindaco di Chicago, ma suo ex consigliere e Capo di gabinetto alla Casa Bianca per quasi due anni, ha avuto il coraggio di dichiarare che la polizia della sua città segue tutte le regole? Secondo The Guardian, nell’Homan Square dal 2004 al 2015 sono stati detenuti illegalmente oltre 3500 cittadini statunitensi, l’82% di questi aveva il colore della pelle di Obama e alcuni dei malcapitati avevano semplicemente guidato non facendo uso della cintura di sicurezza. Maneggiamo numeri e fatti da tragicommedia, ma abbiamo allo stesso tempo a che fare col Paese-faro dell’Occidente “evoluto”.

All’ombra del faro amministrato da Obama, però, non è riscontrabile solo una incontrollata ferocia poliziesca, ma anche, paradossalmente, un elevato tasso di violenza, che ben si estrinseca se si guarda al tasso di omicidi con arma da fuoco, 20 volte superiore a quello medio dell’area Ocse con l’esclusione del Messico. Il dato emerge da uno studio realizzato per Archivio Disarmo, studio che ci parla di un Paese che, al suo interno, vive una situazione non così dissimile dalla guerra, se è vero che vi sono 89 armi da fuoco ogni 100 abitanti e, per mezzo di esse, ogni giorno vengono uccise mediamente 36 persone. Se a ciò si aggiunge che il 50% di quest’ultimo dato è composto da appartenenti alla minoranza nera, si capisce come il fallimento di Obama al riguardo è perfino doppio. Data la situazione, si imponevano infatti drastici provvedimenti di riconversione industriale (in campo civile, gli Stati Uniti sono i più grandi esportatori e importatori di armi da fuoco). Un presidente di una sedicente democrazia la cui azione politica non riesce a tutelarne le minoranze è un presidente azzoppato. Se poi all’occasione incensa un personaggio del calibro di Martin Luther King e ne possiede persino un busto nello Studio Ovale della Casa Bianca, allora è anche un po’ ipocrita. L’unico miracolo di Obama è stato probabilmente quello di far lacrimare quel busto.