Vite illegali sulla rotta Centro America-USA

Nel tardo pomeriggio di ieri, a Monaco di Baviera, presso il Ligsalz8, ho preso parte ad un incontro pubblico organizzato dall’Oekumenisches Buero fuer Frieden und Gerechtigkeit dal titolo “Ninguna vida es ilegal“, che ha avuto come relatori due attivisti centroamericani per i diritti dei migranti, Angela Sanbrano e Luis Lopez. La prima è nata a Ciudad Juarez, in Messico, ma vive ormai da lungo tempo negli Stati Uniti, dove è stata attiva in diverse organizzazioni e reti per la difesa dei migranti come il CISPES (Committee in Solidarity with the People of El Salvador) e il CARECEN (Central American Resource Center) ed ha preso parte all’organizzazione della imponente immigrant rights march tenutasi a Los Angeles nel 2006. Luis Lopez è invece membro del COFAMIDE (Comité de Familiares de Migrantes Fallecidos y Desaparecidos de El Salvador) e dal 2009 prende parte a carovane di parenti dei migranti scomparsi in Messico.

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Appena arrivato sono stato attaccato alla testa per mezzo di armi ad energia diretta e sedato a distanza. Fortunatamente sono riuscito a resistere agli attacchi (che vengono puntualmente messi in atto ogni volta che prendo parte ad eventi simili), dato che l’incontro si è poi rivelato molto interessante e ricco di spunti di riflessione. La mia intenzione di arricchire ulteriormente il blog è stata più forte di quelle di coloro i quali cercano deliberatamente di arrecar danno alla mia salute ed isolarmi. Se lo ritieni opportuno, ora o al termine della lettura puoi anche effettuare una piccola donazione a mio favore cliccando qui.

Angela Sanbrano ha subito messo in evidenza l’ostilità di Donald Trump nei confronti dei migranti provenienti dal Centro America e stabilitisi negli USA ed il fatto che il linguaggio dell’Imperatore ha fornito a razzisti e suprematisti bianchi il nulla osta al compimento di crimini a sfondo xenofobo. Al riguardo ha però intelligentemente aggiunto che il livore manifestato dall’attuale amministrazione si è innestato su una situazione già di per sé infelice, visto che Barack Obama, nel tentativo di scendere a patti con i repubblicani, è stato il presidente statunitense che, rispetto ai suoi predecessori, ha espulso più migranti. Quanto occorre stare attenti a coloro i quali si dimostrano animati da spirito bipartisan! L’annotazione su Obama non mi ha naturalmente colto di sorpresa, avendo già scritto più di un anno fa della violenza poliziesca e del razzismo istituzionale nei confronti delle minoranze presenti negli USA ai tempi dell’ormai ex Imperatore. Il suo successore ora promette di espellere 11 milioni di immigrati undocumented, cioè “clandestini”. Nel frattempo sono già realtà i 637 “centri di accoglienza” per migranti con caratteristiche di vere e proprie prigioni, all’interno dei quali sono detenute oltre 300.000 persone. A settembre di quest’anno Trump ha inoltre interrotto la policy di regolarizzazione temporanea per minori ispirata al cosiddetto DACA (Deferred Action for Childhood Arrivals), esponendo ai rischi di una possibile espulsione circa 800.000 beneficiari. Potremmo dire che i Dreamers sono in preda agli incubi… L’amministrazione a stelle e strisce è anche intenzionata a non rinnovare il TPS (Temporary Protected Status) per gli immigrati provenienti dal Centro America. I migranti sono praticamente tra incudine e martello, poiché a questa politica fatta di odio e respingimenti da parte del Paese di destinazione vanno aggiunte le motivazioni per le quali hanno lasciato i loro Paesi di origine: oltre a pessime condizioni economiche, guerre civili, terremoti, uragani (è stato ad esempio ricordato Mitch, che ha colpito il Centro America nel 1998) e fenomeni di criminalità made in USA come le famigerate pandillas.

Luis Lopez ha informato il pubblico su scopi e attività della sua organizzazione, che chiede sostanzialmente rispetto dei diritti dei migranti e verità, giustizia e riparazioni per le loro famiglie. A queste ultime le cosiddette autorità non portano affatto il rispetto che sarebbe dovuto per le vere e proprie tragedie che vivono. E’ così accaduto che, invece delle spoglie dei propri cari, venissero loro restituiti dei sacchi di sabbia o comunque parti di corpi di estranei. Al fine di agevolare i processi di identificazione dei migranti tra i resti umani presenti in Messico e negli Stati Uniti, nell’agosto del 2010 COFAMIDE ha firmato un accordo con controparti istituzionali e non per la creazione della prima Banca Genetica Forense. Sono purtroppo ancora numerose le fosse comuni contenenti resti di migranti che non sono state localizzate. Tristemente noto al riguardo, invece, è il massacro di Tamaulipas, in Messico, che nel 2010 vide l’esecuzione di massa di 72 persone ad opera del cartello della droga dei Los Zetas. COFAMIDE cerca anche di esercitare pressioni su politici e istituzioni affinché questi vengano incontro alle richieste delle famiglie dei migranti, ma le promesse che scaturiscono da tale attività di advocacy spesso non vengono mantenute. Una storia sentita già tante, troppe volte…

USA, diritti umani e sicurezza Obama-style

E’ ormai tempo di bilanci per l’Imperatore Obama. Il fatto che si faccia da parte al termine di questo suo secondo mandato non significa affatto né che egli sia (o sia stato) animato da sinceri intenti democratici né che il Paese che ha finora guidato sia una vera democrazia. Mi limiterò per il momento ad alcune considerazioni – suffragate da numeri e fatti e incentrate su diritti umani e sicurezza – sul fronte interno USA, riservandomi di aggiungerne a breve delle altre relative anche al fronte esterno.

Il discorso potrebbe prendere le mosse da una difficile condizione che riguarda circa 40 milioni di cittadini statunitensi, ma non il presidente USA, condizione che egli – per sua fortuna – vive in maniera totalmente diversa. Mi riferisco alla minoranza nera di quel Paese, i cui appartenenti tante speranze avevano riposto nell’elezione (avvenuta persino due volte consecutivamente) di un presidente nero. Inutile nasconderselo: quelle speranze sono state tradite. Oggi, negli USA, le probabilità per un nero di venire ucciso per mano della polizia sono molto più elevate che per un bianco. In particolare, nel 2015 i giovani neri di età compresa tra i 15 e i 34 anni hanno corso un rischio nove volte maggiore rispetto ai loro restanti coetanei di incappare in una morte violenta causata da una divisa. Alla fine dell’anno il tributo pagato da questo 2% della popolazione è stato pari al 15% sul totale dei morti ammazzati dalla polizia. Obama lascia pertanto al suo successore degli apparati di sicurezza e repressivi pervasi dal pregiudizio e dal razzismo e sembra non essersi affatto accorto che su Twitter è nato, a seguito di questa inaccettabile statistica, l’hashtag #BlackLivesMatter – giusto per non rievocare #PoliceBrutality!

In un suo articolo apparso il mese scorso sul Fatto Quotidiano, Stefano Feltri ha fatto riferimento alla città di Chicago e al carattere istituzionale del suo razzismo, che i giovani neri devono quotidianamente fronteggiare. Dalla scuola alla polizia, passando per il carcere, tutta la realtà è a loro avversa. Quella città è però tristemente nota anche per la presenza dell’Homan Square, un luogo di detenzione illegale, un black site gestito dal locale Dipartimento di Polizia, all’interno del quale cittadini statunitensi illegalmente trattenuti sono stati vittime di pestaggi, torture, uccisioni. Una versione domestica delle famigerate carceri segrete della CIA, diffuse in tutto il mondo e che sono state purtroppo ospitate anche da Paesi europei come Polonia e Romania. Facendo propria una logica certo cinica ma anche realistica, la domanda da porsi a questo punto è: se il centro di detenzione di Guantanamo, nonostante le promesse di Obama e le pressioni di parte dell’opinione pubblica internazionale, è ancora funzionante, perché mai l’attuale amministrazione USA si sarebbe dovuta prendere la briga di chiudere l’Homan Square, visto che su di esso sono puntati dei riflettori dalla luce molto più fioca?

Homan_Square

Se un cittadino statunitense è povero, ha la pelle scura o è politicamente attivo al di fuori dello schema bipolare, corre seri rischi di incappare in una detenzione illegale attuata da uno Stato che non solo non formula precisi capi d’accusa a suo carico, ma che non gli consente neanche di parlare con un avvocato. E’ questa forse la strada per far sì che si concretizzi il tanto sbandierato e inalienabile diritto alla felicità sancito dalla Costituzione USA? E di che risma di consiglieri si è circondato Obama, se Rahm Emanuel, attuale sindaco di Chicago, ma suo ex consigliere e Capo di gabinetto alla Casa Bianca per quasi due anni, ha avuto il coraggio di dichiarare che la polizia della sua città segue tutte le regole? Secondo The Guardian, nell’Homan Square dal 2004 al 2015 sono stati detenuti illegalmente oltre 3500 cittadini statunitensi, l’82% di questi aveva il colore della pelle di Obama e alcuni dei malcapitati avevano semplicemente guidato non facendo uso della cintura di sicurezza. Maneggiamo numeri e fatti da tragicommedia, ma abbiamo allo stesso tempo a che fare col Paese-faro dell’Occidente “evoluto”.

All’ombra del faro amministrato da Obama, però, non è riscontrabile solo una incontrollata ferocia poliziesca, ma anche, paradossalmente, un elevato tasso di violenza, che ben si estrinseca se si guarda al tasso di omicidi con arma da fuoco, 20 volte superiore a quello medio dell’area Ocse con l’esclusione del Messico. Il dato emerge da uno studio realizzato per Archivio Disarmo, studio che ci parla di un Paese che, al suo interno, vive una situazione non così dissimile dalla guerra, se è vero che vi sono 89 armi da fuoco ogni 100 abitanti e, per mezzo di esse, ogni giorno vengono uccise mediamente 36 persone. Se a ciò si aggiunge che il 50% di quest’ultimo dato è composto da appartenenti alla minoranza nera, si capisce come il fallimento di Obama al riguardo è perfino doppio. Data la situazione, si imponevano infatti drastici provvedimenti di riconversione industriale (in campo civile, gli Stati Uniti sono i più grandi esportatori e importatori di armi da fuoco). Un presidente di una sedicente democrazia la cui azione politica non riesce a tutelarne le minoranze è un presidente azzoppato. Se poi all’occasione incensa un personaggio del calibro di Martin Luther King e ne possiede persino un busto nello Studio Ovale della Casa Bianca, allora è anche un po’ ipocrita. L’unico miracolo di Obama è stato probabilmente quello di far lacrimare quel busto.