Donald Trump: dal proletariato, per il proletariato

Imperatore che va, Imperatore che viene, si potrebbe dire… Per un Barack Obama che lascia la presidenza USA con una eredità terribile e catastrofica per l’umanità intera (si vedano al riguardo primo e secondo articolo di questo blog), vi è un palazzinaro inquisito (non so se vi ricorda qualcuno…) già possessore di un impero (privato), tale Donald Trump, che sta per prendere il suo posto sotto i peggiori auspici.

E così, mentre – come ho già avuto modo di twittare – Human Rights Watch perde tempo indirizzando ad Obama lettere aperte che leggeranno tutti tranne il menefreghista destinatario, Trump scalda i motori e getta le basi (non quelle militari, purtroppo) per una presidenza indimenticabile, in special modo per lui, il suo clan ed il suo ceto sociale d’appartenenza. Significativa, al riguardo, la nomina a Segretario dell’Istruzione di Betsy DeVos, miliardaria, filantropa (sedicente of course), sposata con Dick DeVos (erede del gigante degli integratori Amway) e grande sponsor delle scuole private e dei cosiddetti vouchers, strumento da finanziare dirottando su di esso i finanziamenti destinati alle scuole pubbliche. Diciamo che un sistema dell’istruzione elitario come quello statunitense di tutto aveva bisogno tranne che di una Betsy DeVos, la quale sta ora raccogliendo i frutti di una vita di “sacrifici”: secondo Forbes, è infatti una donatrice di rango milionario del Partito Repubblicano.

Trump ha poi nominato come futuro capo della CIA Mike Pompeo, membro del Tea Party e della National Rifle Association con interessi nel ramo petrolifero. Con questi presupposti credo che di pace in Medio Oriente ne vedremo ben poca (si è già detto contrario all’accordo sul nucleare con l’Iran), ma anche per il resto del mondo non andrà meglio, visto che Pompeo è un supporter dei programmi di sorveglianza di massa della NSA, oltre che dell’idea che Edward Snowden andrebbe condannato a morte.

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AMICIZIE DI CLASSE

Per aumentare la sua credibilità negli ambienti sovversivi ed anti-establishment, il neo-Imperatore ha poi nominato il banchiere Steven Mnuchin al Tesoro e l’uomo d’affari Steve Bannon come suo stratega e consigliere capo, entrambi ex di Goldman Sachs, ed ha destinato ai Trasporti Elaine Chao, già al servizio dell’amministrazione guidata da George W. Bush e con una famiglia di pezzenti alle spalle, talmente povera da poter elargire donazioni milionarie alla privata Harvard Business School. Quando fu a capo del Dipartimento del Lavoro, la signora ridusse le ispezioni nei luoghi lavorativi e 12 persone trovarono la morte in due miniere, una delle quali era di proprietà del miliardario Wilbur Ross, ora nominato da Trump Segretario al Commercio. Quando si dice che NULLA AVVIENE PER CASO e TUTTO SI TIENE…

Ancor prima di vederlo concretamente all’opera, Trump può quindi già essere cestinato. Da queste prime mosse è infatti chiaro che in campagna elettorale ha solo raccontato bugie e, grazie ad esse, è riuscito ad affabulare la platea nazionale e non solo. Spiace che alle panzane di questo pifferaio con modi da sbruffone abbiano abboccato anche persone intelligenti, che si spera rinsaviscano quanto prima. Occorre infatti far fronte a questa nuova tegola prodotta dal sistema bipartitico made in USA.

Il Comitato No Guerra No NATO dice #NoNukes e si prepara a manifestare

Sabato scorso ho partecipato all’Assemblea Nazionale del Comitato No Guerra No NATO che si è tenuta a Firenze presso la Casa del Popolo di Peretola. “Una società civile in cammino” recitava la locandina prodotta per l’occasione. E il cammino – mi permetto di aggiungere – è in salita per definizione per un comitato che rifiuta la guerra e chiede che il proprio Paese esca dalla NATO in un periodo di guerra continua e permanente, diffusa a livello planetario e neanche totalmente raccontata, giacché tanti manifesti teatri di guerra spariscono dagli outlets informativi al pari delle covert operations. Significa andare in direzione contraria a quella che è una pessima corrente; significa ritagliarsi il ruolo del salmone che, per amore della prole, risale un fiume dalle acque torbide e tumultuose. E non a caso parlo di discendenza, visto che sia Manlio Dinucci che Giulietto Chiesa hanno sottolineato la gravità della situazione a livello internazionale, auspicando che nell’opinione pubblica emerga quantomeno l’istinto di sopravvivenza e si pensi al bene delle future generazioni.

Andiamo con ordine, tuttavia. Il primo a prendere la parola è stato il Coordinatore Nazionale, Giuseppe Padovano, che ha portato alla platea i saluti di Padre Zolli, dei Comboniani; di Suor Stefania Baldini; di Rosa Siciliano, della rivista Mosaico di Pace; di Luigi Cremaschi, dell’ANPI di Firenze. Ha poi ricordato la natura del Comitato, che è gruppo di singoli cittadini indipendente dai partiti, ed ha sollecitato i partecipanti ad attivarsi, dando il via ad iniziative da accompagnare con il passaparola su internet. Padovano ha anche precisato che, per il raggiungimento dei suoi obiettivi, il Comitato deve relazionarsi con tutti i suoi possibili interlocutori, senza nutrire pregiudizi di ordine ideologico, e si è detto convinto che anche una struttura di carattere liquido e non burocratico può ottenere risultati.

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Manlio Dinucci ha avvertito che il sottovalutato rischio nucleare è più che mai attuale ed occorre rifiutare quest’orizzonte di morte e distruzione. Il grado di incertezza sullo scacchiere internazionale è elevato, a causa del cattivo stato di salute degli USA e dei suoi alleati, al quale fa da contraltare il momento favorevole vissuto dalla Cina, che ora ha dalla sua parte anche le Filippine. Le sanzioni alla Russia non piacciono ai poteri forti italiani, che infatti esercitano, al riguardo, pressioni su Renzi, il quale pensa invece di inviare truppe italiane in Lettonia, al confine russo. Nell’Est europeo l’interventismo americano è ormai molto forte, come dimostrano i casi del gasdotto South Stream – stoppato dalla Bulgaria su ordine del senatore USA John McCain – e dei sistemi missilistici già presenti in Romania e che presto verranno installati anche in Polonia (oltreché in Corea del Sud). Il movimento italiano che si oppone alla guerra è disgregato ed anche per questo il Comitato deve pensare in grande e muovere numeri importanti, rilanciando la campagna contro la presenza di armi nucleari in Italia e chiedendo al governo il rispetto del TNP (Trattato di non proliferazione nucleare) al quale l’Italia aderisce. Dinucci ha riconosciuto che finora la campagna non è decollata. Grazie tuttavia al consigliere Tommaso Fattori, che l’ha fatta propria, la mozione NGNN sulle armi nucleari verrà discussa dal Consiglio Regionale toscano.

Giulietto Chiesa ha voluto evidenziare tre questioni che, secondo lui, caratterizzano il contesto attuale: 1) nessuno sa cos’è la NATO; 2) nessuno crede che stiamo rischiando un conflitto nucleare; 3) tutti pensano che, alla fine, le parti in causa si metteranno d’accordo e non succederà nulla. Chi invece, secondo Chiesa e stando alle dichiarazioni effettuate, dimostra di aver capito la drammaticità del momento sono gli appartenenti all’élite economica mondiale, come Rockefeller, Rothschild o De Benedetti, che hanno tutti fatto riflessioni molto simili tra loro sulla tenuta del sistema economico globale e non si tratta purtroppo di catastrofismo. Se si considera, poi, che negli USA le probabilità che vinca la Clinton sono elevate, ciò rappresenta un’assicurazione sull’escalation di eventi negativi futuri. L’incidente è purtroppo dietro l’angolo, dato che l’Occidente e gli USA pretendono di continuare a dettar legge al resto del mondo, sebbene non abbiano più le “forze” per farlo. Chiesa ha chiesto di uscire dall’assemblea con un coordinamento ed un coordinatore nazionali, oltre che con una mailing list di persone attive, ed ha lanciato la proposta di una manifestazione nazionale contro la guerra e contro la NATO entro la fine dell’anno, sulla quale il Comitato dovrà chiedere a tutte le forze politiche e sociali di esprimersi.

Sull’idea della manifestazione è tornato anche Luigi Tranquillino di Casa Rossa Milano, che, ai fini di una sua migliore riuscita, ha chiesto di tripartirla sul territorio nazionale. Fausto Sorini ha invece auspicato che ogni realtà territoriale del Comitato riesca a insediarsi in almeno un luogo di lavoro. Giovanna Pagani (NGNN Livorno) ha riportato la sua esperienza all’International Peace Bureau che si è svolto a Berlino dal 30 settembre al 3 ottobre scorsi, mentre Franco Trinca ha chiesto di pretendere una politica di pace e collaborazione con la Russia. Alla fine della giornata, oltre al Coordinamento Nazionale delle varie realtà territoriali, è stata anche decisa la costituzione di un Comitato internazionale che curerà i rapporti con analoghi movimenti presenti in Europa e che perorerà la causa dello smantellamento di tutte le basi militari non europee presenti sul suolo continentale.

Intelligence Collettiva in salsa italiana

Il 30 Settembre 2016 ho preso parte all’evento “Intelligence Collettiva: la sicurezza nello spazio cibernetico”, organizzato dai membri del COPASIR aderenti al Movimento 5 Stelle e tenutosi a Roma nell’Aula dei Gruppi di Montecitorio.

Ha introdotto i lavori l’On. Angelo Tofalo, che ha ricordato alla platea come il suo partito, se fosse al governo, attuerebbe un piano per la formazione e l’informazione dei dipendenti della Pubblica Amministrazione ed istituirebbe un’agenzia per la cyber-security, intento quest’ultimo richiamato anche dall’On. Luigi Di Maio, il quale, portando nell’occasione i saluti dalla Camera, ha anche chiesto più controlli in rete. Verrebbe da dire: l’importante è orientarli bene…

Il primo relatore ad intervenire è stato Antonio Teti, esperto di cyber-security e cyber-intelligence, che si è soffermato sul tema della sicurezza legata al fenomeno del terrorismo, partendo dal concetto di captologia, cioè lo studio e l’utilizzo della tecnologia come strumento persuasivo. All’interno di ISIS è nato così il Cyber Caliphate, che – ha sottolineato Teti – vede la partecipazione di giovani acculturati. Fini ultimi dei terroristi sarebbero la ricerca del “sublime” (“lo squisito terrore”) di cui parla il filosofo Burke, ossia la gioia nell’infliggere dolore agli altri, e lo “jihadi cool“. Quello degli estremisti religiosi sarebbe solo uno dei diversi profili prede del Cyber Caliphate e, a supporto di questa tesi, Teti ha ricordato la figura di Ahmad Rahami, attentatore del peso di 200 chili e ricordato dagli ex compagni di scuola come “il clown della classe”. A contrastare casi come questi ci sarebbero la Web Intelligence e la Social Media Intelligence. Risultati? Li conosciamo già…

Il secondo intervento è stato quello di Andrea Rigoni, advisor internazionale di Cyber Defence, che ha ricordato come le minacce via rete non siano facilmente percepibili ed evidenziato il potere che hanno ormai le grandi aziende del web a causa dell’enorme quantità di dati che hanno accumulato, sfuggendo così al reale controllo degli Stati, i quali cercano di scendere a compromessi con loro. Sempre per restare in tema di minacce, ha citato i cosiddetti State-sponsored actors, che operano a livello del deep web, quella parte della rete non indicizzata dai motori di ricerca. Ha poi rimarcato l’importanza della NATO per rispondere alle sfide in tema di cyber-security. Auguri a tutti!

E’ stata quindi la volta di Pierluigi Paganini, esperto di cyber-security ed intelligence, che ha focalizzato il suo intervento sul dark web, nell’ambito del quale si naviga in anonimato nascondendo il proprio indirizzo IP. Con Tor, ad esempio, si può così ricorrere ai black markets (dove si possono acquistare anche dati rubati) o fare propaganda. Gli attori del dark web sono gruppi criminali, agenzie di intelligence, gruppi di attivisti come Anonymous, terroristi. Tra i cyber crimes frequentemente commessi nel dark web vi sono i crimini finanziari, come il money laundering. Inoltre, con Fakben si può creare un ransomware e xDedic consente di acquistare server per sferrare attacchi cyber. Paganini ha ricordato il progetto Stinks, svelato da Edward Snowden ed elaborato dalla NSA per decifrare l’identità degli utenti Tor, e i tentativi tedeschi di controllare ed arginare il dark web per mezzo dell’unità ZITIS.

Infine ha preso la parola il Generale della Guardia di Finanza Umberto Rapetto, che ha sottolineato la differenza che esiste tra internet e web. Per quanto riguarda i crimini commessi in rete, ha portato l’esempio di quelle attività State-controlled diffuse in Centroamerica, che consentono di perpetrarne impunemente. Ha quindi detto di essere d’accordo con l’idea di Intelligence Collettiva propugnata dagli organizzatori.

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E vediamola un po’ più da vicino quest’idea, che d’acchito potrebbe anche intrigare i più, ma che mi sembra debba ancora essere ben implementata e liberarsi dalle tante ambiguità di cui ancora soffre e che anche i diversi interventi hanno evidenziato. I grandi assenti nelle parole sia degli organizzatori che dei relatori sono stati i cittadini; a ricevere attenzioni a tratti smodate sono stati invece governi e aziende. Ci si è chiesti allora cosa stanno facendo i governi per difendere i propri interessi, senza interrogarsi su cosa stanno facendo i governi per difendere i propri cittadini. La risposta a questo secondo interrogativo dovrebbe essere netta ed inequivocabile: “NULLA!”. E’ vero che il cyberspace è insicuro, ma in che termini lo è? Qui si avverte ancora ingombrante la presenza della sindrome securitaria alimentata dopo l’11 Settembre 2001, per cui i pericoli verrebbero solo dal “diverso”, dai criminali, dai terroristi: non è così! Occorre riconoscere – e dovrebbero farlo anche figure istituzionali come i parlamentari – che vi sono dei reati commessi in rete da polizie, militari, servizi segreti, agenzie di intelligence, ai quali vengono stanziati sempre più fondi e conferiti sempre più poteri, con il rischio di creare così una bestia non più domabile. Prima ancora che chiedersi come ci si difende dai rischi della rete, bisognerebbe chiedersi da chi o da dove provengono tali rischi. A voler guardare in faccia la realtà, è più probabile che provengano da qualche governo piuttosto che da qualche jihadista invasato. Con ciò non voglio negare che il cyberspace sia utilizzato anche a fini di propaganda terroristica, ma se alcuni dei miei post su Facebook vengono cancellati non mi vien da pensare a qualcuno che lavora per il Cyber Caliphate! Per avere più sicurezza occorre quindi invertire la rotta finora seguita, accrescendo la partecipazione dei cittadini, riducendo i poteri di apparati di sicurezza e repressione e vietando pratiche liberticide e violatrici della privacy come: la creazione di backdoors nelle app; l’uso da parte degli apparati di sicurezza ed intelligence di “finestre” con poteri di amministratore nei social networks; la sorveglianza di massa. E’ da atti concreti come questi che si distinguono i governi che vogliono l’emancipazione individuale e collettiva dei propri cittadini da quelli che preferiscono ancora coltivare il concetto di sudditanza. Ho comunque l’impressione che, in Italia, il livello di consapevolezza dei cittadini relativamente ai propri diritti digitali sia ancora molto basso. In quanti, infatti, hanno mai sentito parlare o partecipato ad un cryptoparty? E in quanti si sono accorti che, su Wikipedia, non esiste la pagina italiana del termine “Encryption“?