Gang-stalking: insabbiare è d’obbligo, non assistere pure

Il 16 luglio scorso ho informato – ai suoi più alti livelli (tra i destinatari anche il gabinetto del ministro Matteo Salvini) e per iscritto – il Viminale sulle operazioni di gang-stalking di cui sono vittima io e con me tanti altri cittadini, chiedendo provvedimenti atti a consentire alla Polizia italiana di assistere efficacemente i Targeted Individuals. Due giorni prima si era verificato l’ennesimo caso di “malapolizia” ai miei danni, che doveva necessariamente – data l’occasione – essere portato a conoscenza del ministero:

“Sabato 14 intorno alle 21:15 ho chiamato la Polizia di Frontiera dell’Aeroporto di Alghero-Fertilia allo 079935044 per chiedere delle informazioni. In particolare, all’agente (uomo) che ha risposto alla mia chiamata ho chiesto a quale autorità andrebbero denunciati eventuali casi di stalking che si dovessero verificare a bordo dell’aereo che tra qualche giorno mi dovrà portare in quella località. L’agente mi ha risposto che le denunce per fattispecie del genere vanno presentate alla Polizia di Frontiera dalle 9 alle 12 del mattino oppure, in alternativa, al Commissariato di Polizia di Alghero a qualsiasi ora.

Ciò che vorrei portare alla Vs. attenzione è soprattutto il seguente fatto. Una volta che l’agente di polizia ha saputo che sono vittima di stalking organizzato e che lo sono stato già su altri voli presi in passato, ha messo in atto un vero e proprio comportamento discriminatorio, dicendomi con tono liquidatorio “Può andare direttamente ad Alghero, guardi, non c’è problema…”, in tal modo rifiutandosi di prestare eventuale assistenza ad una vittima di Crimini Contro L’Umanità ex art. 7 dello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale. Da me sollecitato, ha poi stranamente dichiarato di non sapere quali reati andrebbero denunciati ai Carabinieri, che hanno anch’essi un ufficio in aeroporto. L’atteggiamento e le risposte date erano tipiche non solo di colui il quale ha fretta di concludere quanto prima la telefonata, ma anche di colui il quale sa perfettamente di cosa si sta parlando e vuole evitare grane al proprio ufficio: non proprio il miglior modo di servire i cittadini…

Il fatto rappresenta l’ennesima conferma di ciò che sostengono tutte le vittime di reati come lo stalking organizzato ed altri connessi, ossia che questi programmi rappresentano delle vere e proprie Covert Ops che non vengono mai indagate e combattute da forze di polizia (elementi delle quali anzi vi prendono parte) e magistratura inquirente (ne so qualcosa avendo vanamente presentato nel corso degli anni corposi esposti e memorie). Tale atteggiamento, che ha ovunque – non solo in Italia – coperture politiche, rassicura chi è attivo nella (vasta) rete criminale internazionale, della quale fanno parte – ne parlo per esperienza diretta, è bene ricordarlo – anche soggetti appartenenti alle organizzazioni mafiose.”

Al Viminale sembrano però particolarmente occupati con migranti e dintorni e a distanza ormai di un mese e mezzo non hanno fornito il riscontro richiesto alla mia richiesta/segnalazione. Si dimostra, pertanto, vuota propaganda quella fatta da Salvini sui social a colpi di #primagliitaliani o #lamafiamifaschifo. Di più: chi mi segue su Twitter sa che il Ministro dell’Interno era stato da me informato sulla mia situazione ben prima del 16 luglio. Tutto lascia allora supporre che anche per il prossimo futuro alle vittime di gang-stalking verranno ancora negate assistenza e indagini e saranno invece assicurate (istituzionali) discriminazioni.

E’ bene precisare che spostandosi dai vettori aerei alla strada la situazione non cambia. Per quanto mi riguarda, infatti, sono costantemente vittima (anche nelle ore notturne) di assalti condotti da più soggetti alla guida di mezzi anche pesanti, che operano in squadre, fanno sovente uso di fari abbaglianti e antinebbia anche posteriori e hanno stili di guida aggressivi per mezzo dei quali hanno già danneggiato la mia autovettura. Segnalare tempestivamente queste ripetute violazioni del codice della strada, che mettono a repentaglio la mia sicurezza e quella degli altri guidatori sia su strade urbane che extraurbane (autostrade incluse), non è semplice dato che spesso il numero di targa del veicolo non è visibile: per causa di forza maggiore, perché le luci che dovrebbero illuminarlo sono spente oppure perché è parzialmente abraso. Anche in questo caso occorrerebbe fornire una pronta e adeguata assistenza alla vittima, invece dei vari uffici di Polizia Locale da me contattati al riguardo solo alcuni si sono degnati di rispondere e le soluzioni proposte sono decisamente poco praticabili.

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In evidenza assalto condotto per mezzo di  autovettura con retronebbia acceso (il faro più luminoso sulla sinistra) in condizioni di ottima visibilità

Queste vere e proprie pratiche criminali hanno ricadute anche sulla mia salute e benessere, come è ad esempio successo nella notte tra il 25 e il 26 luglio scorso, quando ho affrontato un lungo viaggio in auto per l’Italia e a un certo punto mi sono dovuto fermare a riposare, non perché avessi sonno, ma a causa del dolore agli occhi causato dagli assalti subiti di continuo e per centinaia di chilometri. In quell’occasione, non viaggiando da solo, sono comunque riuscito a prendere alcuni numeri di targa, che ancora una volta confermano il carattere internazionale di queste tanto pericolose quanto protette reti criminali:

  • FK933MH
  • EG095PS
  • ACDX914 (auto con targa tedesca)
  • BBIS166 (auto con targa tedesca)
  • EX409CF (Opel bianca)
  • CR431YX
  • VD148017 (auto con targa svizzera)
  • DB378MA (Volkswagen Golf)
  • EW084PN (camion DHL con abbaglianti e retronebbia accesi in condizioni di ottima visibilità)
  • CY624FC
  • SDM1088 (Volkswagen Polo con targa tedesca)
  • ZH201540 (Toyota con targa svizzera)
  • DW266XN (Fiat Punto)

Quella notte le forze dell’ordine italiane erano presenti sulla rete autostradale (ricordo perfettamente almeno due volanti della polizia ferme ad una stazione di servizio): non hanno notato nulla di strano?

Contro molestie sessuali e stalking (anche organizzato)

In un mio contributo scritto al dibattito post-elettorale sollecitato da Potere al Popolo all’indomani delle elezioni politiche del 4 Marzo scorso avanzavo, tra le altre, la seguente proposta:

Per regolare, invece, la partecipazione e allontanare quindi, da manifestazioni innanzitutto, ma anche assemblee, i provocatori e gli infiltrati, credo che Potere al Popolo possa pensare di assegnare selezionati e fidati compagni ad un discreto servizio d’ordine, per prevenire o – nei casi peggiori – risolvere spiacevoli situazioni. So di non proporre nulla di nuovo, dato che parliamo di una soluzione messa già in campo, ad es., da tanti gruppi e movimenti sessantottini (anche se con finalità e dotazioni diverse), però non possiamo neanche fingere di non sapere come si sono svolte e come sono finite, “grazie” a black bloc e apparati repressivi dello Stato, le giornate del G8 di Genova 2001 e come sta montando in Italia quella “marea nera” dapprima sdoganata e poi negata da giornalisti e media mainstream.”

A seguito dell’indizione, da parte del movimento, della sua IV Assemblea Nazionale, che si terrà a Napoli presso l’Ex OPG Occupato “Je so’ pazzo” i prossimi 26 e 27 Maggio, intendo ora rilanciare tale proposta, avanzandone un’altra che sia ad essa complementare. Non basta, infatti, individuare provocatori e infiltrati. C’è chi fa del sessismo una (magari segreta) ragione di vita e c’è chi affligge e perseguita il suo prossimo. Occorre allora saper agire anche successivamente alla scoperta di fatti ed elementi indesiderati con il fine di rendere giustizia alle vittime e “creare anticorpi” affinché ciò che è avvenuto non abbia a ripetersi.

Nei movimenti ci sono elementi organici ad essi e magari anche rispettati, che sfruttano la propria “posizione” per mettere in atto comportamenti sessisti e molestie sessuali di vario tipo (verbali, non-verbali, fisiche o a mezzo internet o telefono). Ancora, nella vita di movimento possono verificarsi episodi di stalking classico (perpetrato da una sola persona) o instaurarsi anche prassi di stalking organizzato (c.d. gang-stalking, quindi messo in atto da più persone). In tale ultimo caso, è bene ricordare che il rischio di infiltrazione aumenta notevolmente. Spesso ciò che muove queste persone alla partecipazione e alla vita politica sono esattamente tali riprovevoli condotte: la vita di movimento è solo un mezzo, una copertura.

Relativamente alle tematiche introdotte, molto interessante e condivisibile mi è apparso un documento prodotto dal gruppo di New York delle Peoples Power Assemblies, movimento di base della sinistra radicale USA che si batte per dar forza e voce a lavoratori ed oppressi nella richiesta di più lavoro e stato sociale, contro il razzismo, il terrore poliziesco e il sessismo. Tale documento analizza il tema delle molestie sessuali nei movimenti sociali, ma le – a mio modo di vedere – avanzate  soluzioni che prefigura sono assolutamente adattabili anche a quello dello stalking. Premesso che:

  • queste condotte indeboliscono il movimento;
  • sia la vittima che chi molesta possono essere un uomo o una donna;
  • la vittima non deve per forza essere del sesso opposto a quello del suo molestatore;

ad un certo punto viene posta la seguente domanda:

Come possiamo affrontare violenza, molestie e oppressione all’interno del nostro gruppo e delle nostre comunità?

Tra le principali soluzioni proposte troviamo innanzitutto l’accountability (ossia la responsabilizzazione, il dover rendere conto) sia dell’individuo che del gruppo. Si invita quindi a riconoscere che il sessismo è spesso inconscio e si suggerisce alle vittime, quando ciò non comporti dei rischi, di far presente al molestatore che ha passato il segno o, quando questo non funziona, di cercare aiuto nel gruppo. Si pone anche l’accento sul fatto che spesso si tende a non credere alle vittime, poiché certi costumi e prassi sono “socializzate”, internalizzate, anche nei movimenti progressisti. Questo rappresenta indubbiamente una sfida per tutt*.

Assemblea PalP del 18032018

Il modello di giustizia appropriato potrebbe pertanto essere quello “di trasformazione”, contrapposto a quello di “giustizia riparatoria” e che si prefigge i seguenti obiettivi:

  • dare alla vittima ciò di cui ha bisogno e chiedere conto a chi ha fatto del male;
  • è l’intera comunità ad essere impattata da violenza e molestie e sta a tutti i suoi membri misurarsi con la situazione;
  • produrre nel movimento quei cambiamenti necessari a che determinati episodi di violenza non si ripetano in futuro;
  • dobbiamo combattere l’oppressione in tutte le sue forme.

Cosa fare allora, in concreto?

  • Mettere al centro la vittima e le sue richieste, la sua sicurezza, il suo supporto ed autodeterminazione. Tutt* sono tenut* a rendere conto del proprio comportamento e tale processo potrebbe prevedere l’esclusione dal movimento di chi ha usato violenza e prevaricazione se la vittima o gli altri membri avvertono lo spazio come non sicuro;
  • creare un processo atto ad affrontare gli abusi dei membri e a trasformare il loro comportamento;
  • impegnarsi nel continuo sviluppo dei militanti per rimuovere le condizioni politiche che rafforzano oppressione e violenza.

Per dare realmente centralità alla vittima occorrerebbe inoltre chiamarla a far parte di un gruppo per l’accountability, la cui istituzione sarebbe – secondo me – “la ciliegina sulla torta”, la naturale conclusione di questo discorso. Impossibile, infatti, prescindere dall’esperienza della vittima per elaborare strategie che consentano reali progressi al movimento. Ovviamente il gruppo ascolterebbe, poi, sia la vittima che chi ha commesso abusi. In un modello come questo, la vittima dovrebbe avere titolo ad avanzare una serie di richieste, del tipo:

  • “Affronta i tuoi problemi”;
  • “Se mi vedi fuori, è tua responsabilità andartene”;
  • “Non parlarmi e non contattarmi”;
  • “Non ti recare a questo o a quel meeting”;
  • “Scrivimi una sincera lettere di scuse (possibilmente pubblica)”;
  • “Comunica a queste persone che sei parte di questo processo”.

In tal modo, le richieste della vittima guidano il processo, mentre il gruppo per l’accountability lavora con l’autore delle molestie, assicurandosi che le predette richieste siano soddisfatte. Non ha importanza alcuna se il processo richiederà mesi o anni: il gruppo farà regolarmente il punto della situazione, fino a quando il processo non sarà finito. La mancanza di impegno o il rifiuto di completare il processo deve avere delle ripercussioni (ad es., la richiesta di lasciare per sempre il movimento).

Potere al Popolo aspira ad essere “una comunità che non lasci solo nessuna e nessuno”: d’accordissimo! La presente proposta intende fornire un contributo fattivo alla costruzione di un movimento che abbia come bussola queste parole; un contributo che, attraverso pratiche di trasformazione, incida sugli orizzonti organizzativi, culturali e umani del progetto politico.

Storie da Fortezza Europa

“La verità autentica è sempre inverosimile. Per renderla più credibile bisogna assolutamente mescolarvi un po’ di menzogna” (Fedor Dostoevskij)

“Non dimenticate l’ospitalità. Alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo” (Lettera gli Ebrei)

E’ appena trascorsa la Giornata Mondiale del Migrante e Rifugiato dell’anno di grazia 2018, ma, etichette e buoni propositi a parte, essere stranieri in terra altrui rimane impresa non facile, soprattutto se le istituzioni statali continuano a difendere “senza se e senza ma” i diritti reali come la proprietà privata, calpestando invece con protervia i diritti umani.

Ne parlo dal basso della mia esperienza, nel senso che la stessa, giovedì scorso, ha toccato un fondo che deve far davvero riflettere. Ero già da due notti in albergo, l’S16 di Monaco di Baviera, dato che mesi di ricerca di un’abitazione avevano prodotto il nulla (ti ricordo che, se lo vuoi, puoi eseguire una piccola donazione cliccando qui). E non poteva essere diversamente, visto che i siti web e le pagine Facebook sulle quali navigo sono sempre la versione “The Truman Show” di quella ufficiale, sapientemente tagliate su misura per me da quelli che l’internet l’hanno creato e possono distruggerlo quando vogliono (quella dei mirror sites è una problematica comune a molti Targeted Individuals). Dopo aver messo in atto già il giorno prima una pratica commerciale scorretta con fini facilmente intuibili, il gestore dell’albergo (questo almeno sembra sia la sua posizione, sebbene dalle foto del sito della struttura che qui pubblico non si riescano a evincere – a differenza del 99% dei siti tedeschi di attività commerciali – informazioni al riguardo) è entrato di forza nella mia stanza, mettendomi le mani addosso, strattonandomi e colpendomi ripetutamente, puntandomi lo smartphone in faccia. Ha quindi chiamato la polizia e ha continuato a minacciarmi con atteggiamenti da bullo, ripetendo più volte “Ora ti faccio vedere come si usa fare qui in Germania!“. In un momento in cui ero fuori dalla stanza, ne ha inoltre chiuso la porta impedendomi di prendere i miei effetti personali.

Hotel S16

L’arrivo e il successivo operato dei poliziotti (per parità di genere, un uomo e una donna…) è stato di esclusivo aiuto al picchiatore, visto che non hanno voluto sentire le mie ragioni e versione di quanto appena accaduto e mi hanno ordinato di liberare la stanza, in questo assecondando il volere del gestore. Toni verbali aggressivi con l’intento di zittire un cittadino dell’Unione Europea e minacce di incriminazione (per cosa?) non hanno fatto altro che confermare quanto mi era già noto: la polizia tedesca non ha alcun rispetto dell’essere umano in quanto tale e dei suoi diritti più elementari! Quella di Monaco di Baviera, in particolare, ha preso parte ad operazioni di stalking organizzato ai miei danni, ha ignorato le mie notifiche relative a violazioni dei diritti umani di civili innocenti e disarmati e ad attacchi condotti con armi elettromagnetiche e neurologiche e non ha riposto ai miei reclami per mancata assistenza in casi di emergenza. Avranno trovato ispirazione (o specifiche direttive?) nella peggiore politica, come verrebbe da pensare guardando all’operato del Ministro degli Interni Thomas de Maizière in fatto di “terrorismo elettromagnetico”.

Dato che la forza pubblica tedesca stava facendo male il suo mestiere, anzi non lo stava facendo affatto visto che stava svolgendo funzioni giudicanti, e si era ricreata una situazione di assoluta e ingiustificata coercizione nei miei confronti, ho chiamato il consolato italiano. Il funzionario che ha risposto al telefono, che conosceva già la mia situazione, anziché assumere un atteggiamento di ferma protesta nei confronti della polizia e prendere le mie difese, con atteggiamento notarile si è limitato a fare da interprete, cosa della quale non avevo nessun bisogno. “Si metta un avvocato!”, mi sono sentito dire dall’emissario della Farnesina. “Se vuole una difesa, se la paghi di tasca sua!”, traduco ora io… La naturale conseguenza di tali comportamenti pilateschi è che i cittadini pagano due volte! Inoltre, beneficiare di generosi stipendi, indennità e privilegi solo per rinnovare qualche documento di identità e senza prendersi le dovute responsabilità rappresenta uno schiaffo a tanti connazionali che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese, lavorando magari in condizioni di estrema precarietà. Ma di tanta autoreferenzialità sembrano vivere i consolati e le ambasciate italiane all’estero…

L’infausta serata si è conclusa con l’estorsione ai miei danni di 40 euro (condita ovviamente da benedizione e minaccia poliziesca) e con la cacciata dall’albergo sebbene avessi diritto a trascorrevi un’altra notte (già pagata al momento della prenotazione). Il gestore si è quindi abbandonato a provocazioni di vario genere e ha dimostrato di conoscere diversi dettagli della mia vita che non ero stato di certo io a riferirgli. Il tutto fa pensare ad un’operazione premeditata e organizzata per creare ulteriori problemi ad una persona con passaporto straniero che è già nel mirino, non china la testa davanti a nessuno, risponde a tono ai mafiosi e alle loro quotidiane prevaricazioni, svolge attivismo a più livelli e, ormai da quasi una settimana, è senza casa.

Chi pratica davvero Pace e Solidarietà?

Anche in periodi di uragani e disastri annessi le organizzazioni che sono arnesi dell’Impero non si smentiscono mai. Il Fondo Monetario Internazionale, ad esempio, si è rifiutato di ridiscutere, a seguito dell’uragano Irma e per mezzo di una moratoria, il debito di Antigua e Barbuda, che ammonta a circa 3 milioni di dollari USA. Nessuna pietà per un’isola come Barbuda, che ha avuto quasi tutte le sue case ed infrastrutture distrutte dalla forza della “natura” (il virgolettato non è casuale). Il FMI vorrebbe anzi accrescere il debito del Paese caraibico, prendendo a prestito nuovi fondi dagli Stati Uniti (guarda un po’ nei confronti di chi devono essere costantemente obbligate e succubi le nazioni del mondo…) e prestandoli alla piccola Antigua e Barbuda. Christopher Lane, rappresentante speciale del Fondo presso le Nazioni Unite, ha dichiarato che loro operano come una banca. Ora è tutto più chiaro, si dirà…

Agli antipodi di questo approccio vi è l’operato di Cuba e Venezuela. La prima ha inviato una brigata di medici a Barbuda e se la sarebbe anche potuta risparmiare, visto che Trump ha appena esteso di un ulteriore anno l’embargo USA che la affligge da appena 55, ma non lo ha fatto. Possiamo pertanto asserire che non siamo in presenza di una nazione preda di sentimenti egoistici e razzisti come l’Italia dell’ultimo periodo e non solo… Oltre che ad Antigua e Barbuda, Cuba ha inviato brigate di medici anche su altre isole caraibiche che sono state o saranno colpite da Irma (Saint Kitts e Nevis, Santa Lucia, Bahamas, Dominica, Haiti), per un totale di oltre 750 unità addestrate a operare in condizioni precarie come possono essere quelle dovute al passaggio di uno degli uragani più devastanti di sempre. La valutazione del danno e la calibrazione degli aiuti da fornire è resa possibile dai canali comunicativi e dalla collaborazione tra le brigate, il MINSAP (ossia il Ministero della Salute Pubblica di Cuba) e le ambasciate cubane interessate.

Un mundo mejor es posible

Gli uragani come Irma sono prove tangibili del cambiamento climatico, in atto a livello globale e indotto dal modello di sviluppo capitalistico. Come Cuba, anche il Venezuela bolivariano gioca un ruolo di primo piano nel supportare i Paesi in difficoltà a causa degli effetti del climate change. Dopo aver inviato agli Stati Uniti colpiti da Harvey 5 milioni di dollari in aiuti (bellamente ignorati dai media USA), il governo Maduro ha inviato – ed è stato il primo a farlo – 34 soccorritori ad Antigua e Barbuda. Si tratta di aiuti considerevoli se si considera l’accerchiamento interno ed internazionale di cui è vittima il Venezuela, che ha visto comunque scemare il livello degli scontri per le strade grazie al successo della tornata elettorale che ha eletto l’Assemblea Nazionale Costituente.

Il governo bolivariano ha tracciato la strada della paz economica con una serie di misure che Maduro sta presentando in queste ore in Kazakistan, dove partecipa in qualità di Presidente del Movimento dei Paesi Non Allineati al primo (ed oscuratissimo, almeno dai media italiani) vertice su scienza e tecnologia dell’Organizzazione della cooperazione islamica. Ad Astana il presidente venezuelano ha dichiarato che “è tempo di imporre il dialogo, di lottare per un mondo senza terrorismo” e ha ratificato il compromesso dei Non Allineati per la pace e la giustizia, con particolare riferimento all’occupazione da parte di Israele dei territori palestinesi. Gli ultimi provvedimenti del governo Maduro hanno come fine anche quello di mitigare gli effetti del blocco (sì, un altro… e col FMI alla finestra…) economico e finanziario imposto al Venezuela dall’Imperatore Donald Trump, che – sulla scena internazionale – sembra conoscere solo il linguaggio degli embarghi, delle sanzioni unilaterali e delle minacce di rappresaglie militari.

Gang-stalking, retroterra di un crimine organizzato

E’ costantemente in aumento il numero di coloro i quali denunciano operazioni di gang-stalking ai propri danni. Di cosa stiamo parlando? Molto semplicemente di ciò che da sempre riesce meglio al potere e cioè perseguitare, nel caso specifico a mezzo di stalking organizzato al quale partecipano una pluralità di stalkers, che seguono, spiano, disturbano, molestano, minacciano il soggetto-obiettivo. Alle modalità operative adottate da queste nient’affatto simpatiche canaglie dedicherò poi un successivo articolo.

La persecuzione nei confronti del Targeted Individual (TI) può essere avviata per i motivi più disparati oppure un vero motivo può persino non esserci. Nel mio caso, ad esempio, l’elemento scatenante è stato un litigio con un mafioso (il cui nome è rimasto ovviamente ignoto, nonostante le mie denunce) che evidentemente aveva “amicizie” e conoscenze molto “in alto”, soprattutto impensabili e inconfessabili se si considera che i registi di queste operazioni sono corpi di polizia, servizi segreti, militari, agenzie di intelligence, ecc. Il mio caso dimostra inoltre come Stato ed anti-Stato non si siano mai veramente combattuti – anzi quando vi è utilità reciproca addirittura collaborano – e ci dice anche – mi si consenta la brevissima digressione – che, almeno in Italia, la celebre “trattativa Stato-mafia” non può essere considerata un’ipotesi assurda.

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Dato che gli Stati Uniti sono leader mondiali nel campo oggetto del presente post, non è difficile capire che tutti i Paesi appartenenti o comunque gravitanti nell’orbita NATO sono molto insicuri in quanto totalmente proni (appecoronati, occorrerebbe dire…) a tutte le richieste che arrivano dal quartier generale dell’Impero. Tuttavia, per ovvi motivi anche di carattere tecnologico, il fatto di rifugiarsi su un’isoletta sperduta nell’oceano non risolve il problema, che è POLITICO. E’ politico perché la politica, in particolare chi ci governa, “copre” queste operazioni, ne tace l’esistenza (l’ex premier Matteo Renzi, da me interpellato al riguardo, ha sempre omesso di rispondermi) e allo stesso tempo le finanzia, dato che i fondi a disposizione di questa rete terroristica internazionale non piovono dal cielo, ma sono semplicemente “fuori bilancio”, motivo per il quale non vi è rendicontazione alcuna su quello che è il loro spregiudicato e criminale utilizzo. Il tutto alla faccia di quei poveri fessi che pagano le tasse per intero. Sì, per intero, perché poi ci sono i dritti, che si assicurano invece forti abbattimenti d’imposta collaborando alle operazioni di gang-stalking.

La convenienza nell’essere uno stalker o comunque un informatore è innanzitutto economica e ciò spiega il sempre elevato numero di persone coinvolte in dette operazioni. Si badi bene che non mi sto riferendo solo alla retribuzione diretta per l’operato svolto, che ad ogni modo c’è e va tenuta in conto. E’ necessario infatti mettere sul piatto della bilancia anche risparmi e privilegi elargiti. In Germania, ad esempio, esiste la cosiddetta Spitzelsteuer, vale a dire l’imposta della spia, che prevede un prelievo agevolato del 10% per chiunque agisca da informatore della polizia o delle agenzie di intelligence. Parliamo di un trattamento fiscale molto vantaggioso se si considera che l’aliquota fiscale più bassa prevista dall’ordinamento tributario tedesco è pari al 14%, mentre se si è particolarmente benestanti si può arrivare a pagare fino al 45% di imposte sul reddito. In un mondo in cui la brama di denaro non conosce limiti, questi meccanismi permettono di arruolare sempre più criminali impenitenti, che con totale assenza di scrupoli e certi della loro impunità (se non è un privilegio questo…) compiono quotidiane violazioni di diritti umani nelle nostre pseudo-democrazie.

Il Comitato No Guerra No NATO dice #NoNukes e si prepara a manifestare

Sabato scorso ho partecipato all’Assemblea Nazionale del Comitato No Guerra No NATO che si è tenuta a Firenze presso la Casa del Popolo di Peretola. “Una società civile in cammino” recitava la locandina prodotta per l’occasione. E il cammino – mi permetto di aggiungere – è in salita per definizione per un comitato che rifiuta la guerra e chiede che il proprio Paese esca dalla NATO in un periodo di guerra continua e permanente, diffusa a livello planetario e neanche totalmente raccontata, giacché tanti manifesti teatri di guerra spariscono dagli outlets informativi al pari delle covert operations. Significa andare in direzione contraria a quella che è una pessima corrente; significa ritagliarsi il ruolo del salmone che, per amore della prole, risale un fiume dalle acque torbide e tumultuose. E non a caso parlo di discendenza, visto che sia Manlio Dinucci che Giulietto Chiesa hanno sottolineato la gravità della situazione a livello internazionale, auspicando che nell’opinione pubblica emerga quantomeno l’istinto di sopravvivenza e si pensi al bene delle future generazioni.

Andiamo con ordine, tuttavia. Il primo a prendere la parola è stato il Coordinatore Nazionale, Giuseppe Padovano, che ha portato alla platea i saluti di Padre Zolli, dei Comboniani; di Suor Stefania Baldini; di Rosa Siciliano, della rivista Mosaico di Pace; di Luigi Cremaschi, dell’ANPI di Firenze. Ha poi ricordato la natura del Comitato, che è gruppo di singoli cittadini indipendente dai partiti, ed ha sollecitato i partecipanti ad attivarsi, dando il via ad iniziative da accompagnare con il passaparola su internet. Padovano ha anche precisato che, per il raggiungimento dei suoi obiettivi, il Comitato deve relazionarsi con tutti i suoi possibili interlocutori, senza nutrire pregiudizi di ordine ideologico, e si è detto convinto che anche una struttura di carattere liquido e non burocratico può ottenere risultati.

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Manlio Dinucci ha avvertito che il sottovalutato rischio nucleare è più che mai attuale ed occorre rifiutare quest’orizzonte di morte e distruzione. Il grado di incertezza sullo scacchiere internazionale è elevato, a causa del cattivo stato di salute degli USA e dei suoi alleati, al quale fa da contraltare il momento favorevole vissuto dalla Cina, che ora ha dalla sua parte anche le Filippine. Le sanzioni alla Russia non piacciono ai poteri forti italiani, che infatti esercitano, al riguardo, pressioni su Renzi, il quale pensa invece di inviare truppe italiane in Lettonia, al confine russo. Nell’Est europeo l’interventismo americano è ormai molto forte, come dimostrano i casi del gasdotto South Stream – stoppato dalla Bulgaria su ordine del senatore USA John McCain – e dei sistemi missilistici già presenti in Romania e che presto verranno installati anche in Polonia (oltreché in Corea del Sud). Il movimento italiano che si oppone alla guerra è disgregato ed anche per questo il Comitato deve pensare in grande e muovere numeri importanti, rilanciando la campagna contro la presenza di armi nucleari in Italia e chiedendo al governo il rispetto del TNP (Trattato di non proliferazione nucleare) al quale l’Italia aderisce. Dinucci ha riconosciuto che finora la campagna non è decollata. Grazie tuttavia al consigliere Tommaso Fattori, che l’ha fatta propria, la mozione NGNN sulle armi nucleari verrà discussa dal Consiglio Regionale toscano.

Giulietto Chiesa ha voluto evidenziare tre questioni che, secondo lui, caratterizzano il contesto attuale: 1) nessuno sa cos’è la NATO; 2) nessuno crede che stiamo rischiando un conflitto nucleare; 3) tutti pensano che, alla fine, le parti in causa si metteranno d’accordo e non succederà nulla. Chi invece, secondo Chiesa e stando alle dichiarazioni effettuate, dimostra di aver capito la drammaticità del momento sono gli appartenenti all’élite economica mondiale, come Rockefeller, Rothschild o De Benedetti, che hanno tutti fatto riflessioni molto simili tra loro sulla tenuta del sistema economico globale e non si tratta purtroppo di catastrofismo. Se si considera, poi, che negli USA le probabilità che vinca la Clinton sono elevate, ciò rappresenta un’assicurazione sull’escalation di eventi negativi futuri. L’incidente è purtroppo dietro l’angolo, dato che l’Occidente e gli USA pretendono di continuare a dettar legge al resto del mondo, sebbene non abbiano più le “forze” per farlo. Chiesa ha chiesto di uscire dall’assemblea con un coordinamento ed un coordinatore nazionali, oltre che con una mailing list di persone attive, ed ha lanciato la proposta di una manifestazione nazionale contro la guerra e contro la NATO entro la fine dell’anno, sulla quale il Comitato dovrà chiedere a tutte le forze politiche e sociali di esprimersi.

Sull’idea della manifestazione è tornato anche Luigi Tranquillino di Casa Rossa Milano, che, ai fini di una sua migliore riuscita, ha chiesto di tripartirla sul territorio nazionale. Fausto Sorini ha invece auspicato che ogni realtà territoriale del Comitato riesca a insediarsi in almeno un luogo di lavoro. Giovanna Pagani (NGNN Livorno) ha riportato la sua esperienza all’International Peace Bureau che si è svolto a Berlino dal 30 settembre al 3 ottobre scorsi, mentre Franco Trinca ha chiesto di pretendere una politica di pace e collaborazione con la Russia. Alla fine della giornata, oltre al Coordinamento Nazionale delle varie realtà territoriali, è stata anche decisa la costituzione di un Comitato internazionale che curerà i rapporti con analoghi movimenti presenti in Europa e che perorerà la causa dello smantellamento di tutte le basi militari non europee presenti sul suolo continentale.

Intelligence Collettiva in salsa italiana

Il 30 Settembre 2016 ho preso parte all’evento “Intelligence Collettiva: la sicurezza nello spazio cibernetico”, organizzato dai membri del COPASIR aderenti al Movimento 5 Stelle e tenutosi a Roma nell’Aula dei Gruppi di Montecitorio.

Ha introdotto i lavori l’On. Angelo Tofalo, che ha ricordato alla platea come il suo partito, se fosse al governo, attuerebbe un piano per la formazione e l’informazione dei dipendenti della Pubblica Amministrazione ed istituirebbe un’agenzia per la cyber-security, intento quest’ultimo richiamato anche dall’On. Luigi Di Maio, il quale, portando nell’occasione i saluti dalla Camera, ha anche chiesto più controlli in rete. Verrebbe da dire: l’importante è orientarli bene…

Il primo relatore ad intervenire è stato Antonio Teti, esperto di cyber-security e cyber-intelligence, che si è soffermato sul tema della sicurezza legata al fenomeno del terrorismo, partendo dal concetto di captologia, cioè lo studio e l’utilizzo della tecnologia come strumento persuasivo. All’interno di ISIS è nato così il Cyber Caliphate, che – ha sottolineato Teti – vede la partecipazione di giovani acculturati. Fini ultimi dei terroristi sarebbero la ricerca del “sublime” (“lo squisito terrore”) di cui parla il filosofo Burke, ossia la gioia nell’infliggere dolore agli altri, e lo “jihadi cool“. Quello degli estremisti religiosi sarebbe solo uno dei diversi profili prede del Cyber Caliphate e, a supporto di questa tesi, Teti ha ricordato la figura di Ahmad Rahami, attentatore del peso di 200 chili e ricordato dagli ex compagni di scuola come “il clown della classe”. A contrastare casi come questi ci sarebbero la Web Intelligence e la Social Media Intelligence. Risultati? Li conosciamo già…

Il secondo intervento è stato quello di Andrea Rigoni, advisor internazionale di Cyber Defence, che ha ricordato come le minacce via rete non siano facilmente percepibili ed evidenziato il potere che hanno ormai le grandi aziende del web a causa dell’enorme quantità di dati che hanno accumulato, sfuggendo così al reale controllo degli Stati, i quali cercano di scendere a compromessi con loro. Sempre per restare in tema di minacce, ha citato i cosiddetti State-sponsored actors, che operano a livello del deep web, quella parte della rete non indicizzata dai motori di ricerca. Ha poi rimarcato l’importanza della NATO per rispondere alle sfide in tema di cyber-security. Auguri a tutti!

E’ stata quindi la volta di Pierluigi Paganini, esperto di cyber-security ed intelligence, che ha focalizzato il suo intervento sul dark web, nell’ambito del quale si naviga in anonimato nascondendo il proprio indirizzo IP. Con Tor, ad esempio, si può così ricorrere ai black markets (dove si possono acquistare anche dati rubati) o fare propaganda. Gli attori del dark web sono gruppi criminali, agenzie di intelligence, gruppi di attivisti come Anonymous, terroristi. Tra i cyber crimes frequentemente commessi nel dark web vi sono i crimini finanziari, come il money laundering. Inoltre, con Fakben si può creare un ransomware e xDedic consente di acquistare server per sferrare attacchi cyber. Paganini ha ricordato il progetto Stinks, svelato da Edward Snowden ed elaborato dalla NSA per decifrare l’identità degli utenti Tor, e i tentativi tedeschi di controllare ed arginare il dark web per mezzo dell’unità ZITIS.

Infine ha preso la parola il Generale della Guardia di Finanza Umberto Rapetto, che ha sottolineato la differenza che esiste tra internet e web. Per quanto riguarda i crimini commessi in rete, ha portato l’esempio di quelle attività State-controlled diffuse in Centroamerica, che consentono di perpetrarne impunemente. Ha quindi detto di essere d’accordo con l’idea di Intelligence Collettiva propugnata dagli organizzatori.

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E vediamola un po’ più da vicino quest’idea, che d’acchito potrebbe anche intrigare i più, ma che mi sembra debba ancora essere ben implementata e liberarsi dalle tante ambiguità di cui ancora soffre e che anche i diversi interventi hanno evidenziato. I grandi assenti nelle parole sia degli organizzatori che dei relatori sono stati i cittadini; a ricevere attenzioni a tratti smodate sono stati invece governi e aziende. Ci si è chiesti allora cosa stanno facendo i governi per difendere i propri interessi, senza interrogarsi su cosa stanno facendo i governi per difendere i propri cittadini. La risposta a questo secondo interrogativo dovrebbe essere netta ed inequivocabile: “NULLA!”. E’ vero che il cyberspace è insicuro, ma in che termini lo è? Qui si avverte ancora ingombrante la presenza della sindrome securitaria alimentata dopo l’11 Settembre 2001, per cui i pericoli verrebbero solo dal “diverso”, dai criminali, dai terroristi: non è così! Occorre riconoscere – e dovrebbero farlo anche figure istituzionali come i parlamentari – che vi sono dei reati commessi in rete da polizie, militari, servizi segreti, agenzie di intelligence, ai quali vengono stanziati sempre più fondi e conferiti sempre più poteri, con il rischio di creare così una bestia non più domabile. Prima ancora che chiedersi come ci si difende dai rischi della rete, bisognerebbe chiedersi da chi o da dove provengono tali rischi. A voler guardare in faccia la realtà, è più probabile che provengano da qualche governo piuttosto che da qualche jihadista invasato. Con ciò non voglio negare che il cyberspace sia utilizzato anche a fini di propaganda terroristica, ma se alcuni dei miei post su Facebook vengono cancellati non mi vien da pensare a qualcuno che lavora per il Cyber Caliphate! Per avere più sicurezza occorre quindi invertire la rotta finora seguita, accrescendo la partecipazione dei cittadini, riducendo i poteri di apparati di sicurezza e repressione e vietando pratiche liberticide e violatrici della privacy come: la creazione di backdoors nelle app; l’uso da parte degli apparati di sicurezza ed intelligence di “finestre” con poteri di amministratore nei social networks; la sorveglianza di massa. E’ da atti concreti come questi che si distinguono i governi che vogliono l’emancipazione individuale e collettiva dei propri cittadini da quelli che preferiscono ancora coltivare il concetto di sudditanza. Ho comunque l’impressione che, in Italia, il livello di consapevolezza dei cittadini relativamente ai propri diritti digitali sia ancora molto basso. In quanti, infatti, hanno mai sentito parlare o partecipato ad un cryptoparty? E in quanti si sono accorti che, su Wikipedia, non esiste la pagina italiana del termine “Encryption“?