Alla ricerca (globale) della pace e della sovranità perdute

Dal 16 al 18 Novembre scorsi si è tenuta, a Dublino, la prima Conferenza Internazionale contro le Basi Militari USA/NATO, partecipata da attivisti e rappresentanti di organizzazioni provenienti da tutti i continenti, uniti dai principi statuiti nella Dichiarazione di Unità sottoscritta. Si è quindi realizzata una condivisione di saperi ed esperienze tra intellettuali e militanti impegnati a denunciare aggressioni e morti, nonché i danni alla salute e ambientali causati dalla presenza di basi militari straniere sul suolo dei Paesi “ospitanti”. Ferma restando la contrarietà dei partecipanti ad ogni installazione non direttamente riconducibile al Paese nel quale è insediata, sono le basi USA/NATO a destare le maggiori preoccupazioni, a esser considerate la principale minaccia alla pace e all’umanità e delle quali si chiede la chiusura tout court, essendo in chiara violazione del diritto internazionale e dello Statuto delle Nazioni Unite.

E’ stata rimarcata la necessità di porre al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica taluni luoghi (Guantanamo, Ramstein), Paesi (Italia, Giappone, Corea del Sud) e comandi militari (AFRICOM), così come di adottare comuni iniziative globali a partire dall’anno prossimo, quando tra l’altro ricorrerà il 70° anniversario dalla fondazione dell’Alleanza Atlantica. E’ stata infine espressa solidarietà al popolo cubano, che da decenni lotta per riappropriarsi del territorio di Guantanamo, illegalmente occupato dagli Stati Uniti. Proprio lì, a Cuba, dal 4 al 6 Maggio 2019 si svolgerà il Sesto Seminario per la Pace e l’Abolizione delle Basi Militari all’Estero, organizzato dal Movimento Cubano per la Pace e la Sovranità dei Popoli (MOVPAZ).

Un “governo del cambiamento” serio metterebbe subito in pratica quanto proposto a Dublino o spenderebbe perlomeno tutte le sue energie nell’intento di farlo (sarebbe già questo un discreto recupero di sovranità!) e guarderebbe con attenzione all’agenda ivi delineata. Peccato che quel governo, almeno in Italia, non sia attualmente in carica…

Okinawa

Di seguito il comunicato stampa emanato dai partecipanti alla conferenza.

Press Communiqué of the First International Conference Against US/NATO Military Bases

The first International Conference against US/NATO Military Bases was held on November 16-18, at the Liberty Hall in Dublin, Ireland. The conference was attended by close to 300 participants from over thirty-five countries from around the world. Speakers representing countries from all continents, including Cuba, Argentina, Brazil, Colombia, United States, Italy, Germany, Portugal, Greece, Cyprus, Turkey, Poland, United Kingdom, Ireland, Czech Republic, Israel, Palestine, Kenya, D. R. Congo, Japan and Australia, made presentations at the conference.

This conference was the first organized effort by the newly formed Global campaign against US/NATO Military Bases, created by over 35 peace, justice and environmental organizations and endorsed by over 700 other organizations and activists from around the world. What brought all of us together in this International Conference was our agreement with the principles outlined in the Global Campaign’s Unity Statement, which was endorsed by the Conference participants.

The participants in the Conference heard from and shared with representatives of organizations and movements struggling for the abolition of foreign military bases from around the world about the aggressions, interventions, death, destruction, and the health and environmental damages that the military bases have been causing for the whole humanity along with the threats and violation to the sovereignty of the “host” countries.

The participants and organizers of the conference agreed as a matter of principle that while they oppose all foreign military bases, they consider the close to 1,000 US/NATO military bases established throughout the world, which constitute the main pillars of global imperialist domination by US, NATO and EU states, as the main threat to peace and humanity, and must all be closed. The NATO states’ military bases are the military expression of imperialist intervention in the lives of sovereign countries on behalf of the dominant, financial, political, and military interests, for the control of energy resources, transport roads, markets and spheres of influence, in clear violation of international law and the United Nations Charter.

The participants in the Conference call upon the organizations and movements who agree on the above to work closely with each other in a coordinated manner as a part of the Global Campaign to organize and mobilize the public around the world against US/NATO military bases.

While we call for the closure of all US/NATO military bases, we consider the closure of bases and military installations in certain countries and areas as needing special attention by the international movement. These, for example, include the Guantanamo US base in Cuba, the US bases in Okinawa and South Korea, the US Base in Ramstein/Germany, Serbia, the old and new US/NATO bases in Greece and Cyprus, the establishment of the new US African Command (AFRICOM) with its affiliated military bases in Africa, the numerous NATO bases in Italy and Scandinavia, the Shannon airport in Ireland, which is being used as a military base by US and NATO, and the newly established bases by the United States, France and their allies on and around the Syrian soil.

In order to continue our joint Global Campaign in solidarity with the just causes of the peoples in their struggle against foreign military aggression, occupation and interference in their internal affairs, and the devastating environmental and health impacts of these bases the participants agreed to recommend and to support coordinated actions and initiatives in the coming year (2019) which shall strengthen the global movement to expand the actions and cooperation while moving forward.

As a step toward this goal, the conference supports the global mass mobilizations against NATO’s 70th anniversary Summit in Washington DC, on April 4, 2019 and respective protests in the NATO member states and worldwide.

We declare our solidarity with the Cuban people’s decades-long efforts to take back their Guantanamo territory, illegally occupied by the United States, and declare our support for the Sixth International Seminar for Peace and the Abolition of Foreign Military Bases, organized by MOVPAZ for May 4-6, 2019, in Guantanamo, Cuba.

The participants express their most sincere thanks and gratitude to the Peace and Neutrality Alliance (PANA) Ireland, for their generous hospitality and support in hosting this historic Conference.

Adopted by the participants at the 
First International Conference Against US/NATO Military Bases 
November 18, 2018 
Dublin, Ireland

Colombia, le verità nascoste

In questi giorni, a seguito dell’attentato organizzato ai danni di Nicolas Maduro in Venezuela, si è avuta palpabile dimostrazione di quanto l’opinione pubblica occidentale sia accecata dalle bugie e mistificazioni propalate dai media mainstream e in larghissima parte incapace di qualunque valutazione e discernimento critici. Al solito refrain del tipo “in Venezuela c’è la dittatura” si è così aggiunta l’insistente insinuazione dell’auto-attentato, ormai completamente smontata da fatti, rivendicazioni, ammissioni, rivelazioni, video e chi più ne ha più ne metta. Verrebbe però perlomeno da chiedere ai numerosi pseudo-scettici: ma questo non è il tanto odiato (da parte del mainstream e delle élites dominanti) complottismo, che è inaccettabile quando si parla di Twin Towers tirate giù dal Deep State americano e invece va bene e viene sposato da tutti senza battere ciglio se si deve screditare il processo bolivariano?

Il Paese confinante a ovest con il tanto detestato Venezuela e al quale dà non pochi grattacapi, la Colombia, è tenuto volutamente lontano dai riflettori dell’informazione interessata e serva degli interessi dell’Impero perché, altrimenti, finiremmo per accorgerci che in America Latina e nel mondo ci sono luoghi dove davvero la libertà è solo una bella parola, la vita umana non conta nulla e dove si compiono scelte politiche prone agli interessi dell’Occidente piuttosto che a quelli delle popolazioni locali. I movimenti popolari colombiani sono vittime di una sistematica operazione di sterminio e intimidazione che difficilmente vedrà una fine ora che alla presidenza del Paese è stato eletto quell’Ivan Duque sponsorizzato dall’ex presidente Uribe e sostenuto da tutti i potentati politici ed economici e dalle organizzazioni paramilitari che vogliono minare il processo di pace. La guerra interna, durata oltre mezzo secolo e che ha visto i governi colombiani contrastare le forze ribelli e i settori della popolazione che le appoggiavano anche con metodi terroristici suggeriti da consiglieri militari USA, è costata la vita ad oltre 220.000 persone, senza dimenticare gli oltre 92.000 desaparecidos e i quasi 8 milioni di sfollati. La genesi di questo conflitto – che non a caso ha impattato in particolar modo le comunità afro-colombiana, indigena e campesina – è da ricercarsi nella brama del capitalismo globale di accaparrarsi le terre e le abbondanti risorse (non a caso censite anche dalla CIA nel suo “The World Factbook”) del territorio colombiano; avidità che è ovviamente nutrita anche nei confronti del petrolio venezuelano, protetto però da un governo che è strenuamente osteggiato e sabotato proprio cerca di arginare pratiche predatorie che porterebbero solo ad un arricchimento di poche società transnazionali e a vantaggi per pochi Paesi, Stati Uniti in primis. E’ pertanto “naturale” che la pace in Colombia sia osteggiata dai grandi proprietari terrieri, dall’industria agroalimentare ed estrattiva, dai narcotrafficanti, dalle società transnazionali e dai gruppi paramilitari di destra al loro soldo, dai militari, dagli uomini d’affari e dai politici ad essi legati. Questi settori della società colombiana si oppongono al ritorno degli sfollati nelle loro case e a qualunque riforma agraria (in Venezuela, invece, nel 2001 Chavez ne è avviata una che ha aggredito il latifondo, non può ancora considerarsi conclusa e va avanti nonostante le non poche difficoltà).

It's Colombia, not Columbia

La vittoria di Duque alle ultime elezioni presidenziali dà forza e voce a questi nemici della pace. La situazione nel Paese era comunque drammatica già prima della sua elezione. Il movimento Marcha Patriotica ha contato ben 385 vittime di violenza politica nel periodo compreso tra l’1 gennaio 2016 e il 14 maggio 2018: a farne le spese attivisti dei movimenti popolari e di sinistra, ex ribelli che avevano consegnato le armi, ex prigionieri politici e loro famiglie, ecologisti, difensori dei diritti umani, studenti, sindacalisti. La maggioranza di questi omicidi sono commessi dai paramilitari ed altri gruppi che operano nell’illegalità, ma ai quali è comunque garantita l’impunità, essendo presenti in luoghi che sono presidiati dall’esercito colombiano. Anche quest’ultimo si è reso a sua volta autore di attacchi armati nei confronti dei movimenti popolari e al momento si trova coinvolto in indagini riguardanti 14 casi di omicidio ai danni di attivisti sociali. Dal mese di giugno, cioè da quando Duque è stato eletto, le statistiche parlano di un quadro in fase di peggioramento, con una media di oltre una vittima di violenza politica al giorno.

Fin dall’inizio di questo sanguinoso conflitto il popolo colombiano ha sofferto il dominio e le ingerenze statunitensi, miranti a raggiungere il controllo del territorio per le imprese nazionali ed estere e una forte presenza militare USA nel Paese. Già nel 1962 la Commissione Yarborough del Pentagono spingeva la Colombia a scatenare contro gli abitanti delle zone rurali il terrore militare e paramilitare. Dal 2000 gli Stati Uniti hanno poi finanziato il Plan Colombia con 11 miliardi di dollari, la stragrande maggioranza dei quali è stata destinata a programmi ed apparati di sicurezza. Assieme ad altri Paesi, la Colombia è oggi partner globale della NATO (alleanza che ha ora una presenza permanente in America Latina), invia le proprie truppe in teatri di guerra come l’Afghanistan e lo Yemen e pattuglia, assieme ai militari USA, le coste dell’Africa Occidentale e del Centroamerica. Partecipando a tali operazioni, ma anche dando ospitalità e supporto ai golpisti venezuelani, in poche parole mettendosi al servizio dell’Impero, la Colombia minaccia il suo popolo, la regione latino-americana e il mondo intero.

Gang-stalking, retroterra di un crimine organizzato

E’ costantemente in aumento il numero di coloro i quali denunciano operazioni di gang-stalking ai propri danni. Di cosa stiamo parlando? Molto semplicemente di ciò che da sempre riesce meglio al potere e cioè perseguitare, nel caso specifico a mezzo di stalking organizzato al quale partecipano una pluralità di stalkers, che seguono, spiano, disturbano, molestano, minacciano il soggetto-obiettivo. Alle modalità operative adottate da queste nient’affatto simpatiche canaglie dedicherò poi un successivo articolo.

La persecuzione nei confronti del Targeted Individual (TI) può essere avviata per i motivi più disparati oppure un vero motivo può persino non esserci. Nel mio caso, ad esempio, l’elemento scatenante è stato un litigio con un mafioso (il cui nome è rimasto ovviamente ignoto, nonostante le mie denunce) che evidentemente aveva “amicizie” e conoscenze molto “in alto”, soprattutto impensabili e inconfessabili se si considera che i registi di queste operazioni sono corpi di polizia, servizi segreti, militari, agenzie di intelligence, ecc. Il mio caso dimostra inoltre come Stato ed anti-Stato non si siano mai veramente combattuti – anzi quando vi è utilità reciproca addirittura collaborano – e ci dice anche – mi si consenta la brevissima digressione – che, almeno in Italia, la celebre “trattativa Stato-mafia” non può essere considerata un’ipotesi assurda.

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Dato che gli Stati Uniti sono leader mondiali nel campo oggetto del presente post, non è difficile capire che tutti i Paesi appartenenti o comunque gravitanti nell’orbita NATO sono molto insicuri in quanto totalmente proni (appecoronati, occorrerebbe dire…) a tutte le richieste che arrivano dal quartier generale dell’Impero. Tuttavia, per ovvi motivi anche di carattere tecnologico, il fatto di rifugiarsi su un’isoletta sperduta nell’oceano non risolve il problema, che è POLITICO. E’ politico perché la politica, in particolare chi ci governa, “copre” queste operazioni, ne tace l’esistenza (l’ex premier Matteo Renzi, da me interpellato al riguardo, ha sempre omesso di rispondermi) e allo stesso tempo le finanzia, dato che i fondi a disposizione di questa rete terroristica internazionale non piovono dal cielo, ma sono semplicemente “fuori bilancio”, motivo per il quale non vi è rendicontazione alcuna su quello che è il loro spregiudicato e criminale utilizzo. Il tutto alla faccia di quei poveri fessi che pagano le tasse per intero. Sì, per intero, perché poi ci sono i dritti, che si assicurano invece forti abbattimenti d’imposta collaborando alle operazioni di gang-stalking.

La convenienza nell’essere uno stalker o comunque un informatore è innanzitutto economica e ciò spiega il sempre elevato numero di persone coinvolte in dette operazioni. Si badi bene che non mi sto riferendo solo alla retribuzione diretta per l’operato svolto, che ad ogni modo c’è e va tenuta in conto. E’ necessario infatti mettere sul piatto della bilancia anche risparmi e privilegi elargiti. In Germania, ad esempio, esiste la cosiddetta Spitzelsteuer, vale a dire l’imposta della spia, che prevede un prelievo agevolato del 10% per chiunque agisca da informatore della polizia o delle agenzie di intelligence. Parliamo di un trattamento fiscale molto vantaggioso se si considera che l’aliquota fiscale più bassa prevista dall’ordinamento tributario tedesco è pari al 14%, mentre se si è particolarmente benestanti si può arrivare a pagare fino al 45% di imposte sul reddito. In un mondo in cui la brama di denaro non conosce limiti, questi meccanismi permettono di arruolare sempre più criminali impenitenti, che con totale assenza di scrupoli e certi della loro impunità (se non è un privilegio questo…) compiono quotidiane violazioni di diritti umani nelle nostre pseudo-democrazie.

Il Comitato No Guerra No NATO dice #NoNukes e si prepara a manifestare

Sabato scorso ho partecipato all’Assemblea Nazionale del Comitato No Guerra No NATO che si è tenuta a Firenze presso la Casa del Popolo di Peretola. “Una società civile in cammino” recitava la locandina prodotta per l’occasione. E il cammino – mi permetto di aggiungere – è in salita per definizione per un comitato che rifiuta la guerra e chiede che il proprio Paese esca dalla NATO in un periodo di guerra continua e permanente, diffusa a livello planetario e neanche totalmente raccontata, giacché tanti manifesti teatri di guerra spariscono dagli outlets informativi al pari delle covert operations. Significa andare in direzione contraria a quella che è una pessima corrente; significa ritagliarsi il ruolo del salmone che, per amore della prole, risale un fiume dalle acque torbide e tumultuose. E non a caso parlo di discendenza, visto che sia Manlio Dinucci che Giulietto Chiesa hanno sottolineato la gravità della situazione a livello internazionale, auspicando che nell’opinione pubblica emerga quantomeno l’istinto di sopravvivenza e si pensi al bene delle future generazioni.

Andiamo con ordine, tuttavia. Il primo a prendere la parola è stato il Coordinatore Nazionale, Giuseppe Padovano, che ha portato alla platea i saluti di Padre Zolli, dei Comboniani; di Suor Stefania Baldini; di Rosa Siciliano, della rivista Mosaico di Pace; di Luigi Cremaschi, dell’ANPI di Firenze. Ha poi ricordato la natura del Comitato, che è gruppo di singoli cittadini indipendente dai partiti, ed ha sollecitato i partecipanti ad attivarsi, dando il via ad iniziative da accompagnare con il passaparola su internet. Padovano ha anche precisato che, per il raggiungimento dei suoi obiettivi, il Comitato deve relazionarsi con tutti i suoi possibili interlocutori, senza nutrire pregiudizi di ordine ideologico, e si è detto convinto che anche una struttura di carattere liquido e non burocratico può ottenere risultati.

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Manlio Dinucci ha avvertito che il sottovalutato rischio nucleare è più che mai attuale ed occorre rifiutare quest’orizzonte di morte e distruzione. Il grado di incertezza sullo scacchiere internazionale è elevato, a causa del cattivo stato di salute degli USA e dei suoi alleati, al quale fa da contraltare il momento favorevole vissuto dalla Cina, che ora ha dalla sua parte anche le Filippine. Le sanzioni alla Russia non piacciono ai poteri forti italiani, che infatti esercitano, al riguardo, pressioni su Renzi, il quale pensa invece di inviare truppe italiane in Lettonia, al confine russo. Nell’Est europeo l’interventismo americano è ormai molto forte, come dimostrano i casi del gasdotto South Stream – stoppato dalla Bulgaria su ordine del senatore USA John McCain – e dei sistemi missilistici già presenti in Romania e che presto verranno installati anche in Polonia (oltreché in Corea del Sud). Il movimento italiano che si oppone alla guerra è disgregato ed anche per questo il Comitato deve pensare in grande e muovere numeri importanti, rilanciando la campagna contro la presenza di armi nucleari in Italia e chiedendo al governo il rispetto del TNP (Trattato di non proliferazione nucleare) al quale l’Italia aderisce. Dinucci ha riconosciuto che finora la campagna non è decollata. Grazie tuttavia al consigliere Tommaso Fattori, che l’ha fatta propria, la mozione NGNN sulle armi nucleari verrà discussa dal Consiglio Regionale toscano.

Giulietto Chiesa ha voluto evidenziare tre questioni che, secondo lui, caratterizzano il contesto attuale: 1) nessuno sa cos’è la NATO; 2) nessuno crede che stiamo rischiando un conflitto nucleare; 3) tutti pensano che, alla fine, le parti in causa si metteranno d’accordo e non succederà nulla. Chi invece, secondo Chiesa e stando alle dichiarazioni effettuate, dimostra di aver capito la drammaticità del momento sono gli appartenenti all’élite economica mondiale, come Rockefeller, Rothschild o De Benedetti, che hanno tutti fatto riflessioni molto simili tra loro sulla tenuta del sistema economico globale e non si tratta purtroppo di catastrofismo. Se si considera, poi, che negli USA le probabilità che vinca la Clinton sono elevate, ciò rappresenta un’assicurazione sull’escalation di eventi negativi futuri. L’incidente è purtroppo dietro l’angolo, dato che l’Occidente e gli USA pretendono di continuare a dettar legge al resto del mondo, sebbene non abbiano più le “forze” per farlo. Chiesa ha chiesto di uscire dall’assemblea con un coordinamento ed un coordinatore nazionali, oltre che con una mailing list di persone attive, ed ha lanciato la proposta di una manifestazione nazionale contro la guerra e contro la NATO entro la fine dell’anno, sulla quale il Comitato dovrà chiedere a tutte le forze politiche e sociali di esprimersi.

Sull’idea della manifestazione è tornato anche Luigi Tranquillino di Casa Rossa Milano, che, ai fini di una sua migliore riuscita, ha chiesto di tripartirla sul territorio nazionale. Fausto Sorini ha invece auspicato che ogni realtà territoriale del Comitato riesca a insediarsi in almeno un luogo di lavoro. Giovanna Pagani (NGNN Livorno) ha riportato la sua esperienza all’International Peace Bureau che si è svolto a Berlino dal 30 settembre al 3 ottobre scorsi, mentre Franco Trinca ha chiesto di pretendere una politica di pace e collaborazione con la Russia. Alla fine della giornata, oltre al Coordinamento Nazionale delle varie realtà territoriali, è stata anche decisa la costituzione di un Comitato internazionale che curerà i rapporti con analoghi movimenti presenti in Europa e che perorerà la causa dello smantellamento di tutte le basi militari non europee presenti sul suolo continentale.

Intelligence Collettiva in salsa italiana

Il 30 Settembre 2016 ho preso parte all’evento “Intelligence Collettiva: la sicurezza nello spazio cibernetico”, organizzato dai membri del COPASIR aderenti al Movimento 5 Stelle e tenutosi a Roma nell’Aula dei Gruppi di Montecitorio.

Ha introdotto i lavori l’On. Angelo Tofalo, che ha ricordato alla platea come il suo partito, se fosse al governo, attuerebbe un piano per la formazione e l’informazione dei dipendenti della Pubblica Amministrazione ed istituirebbe un’agenzia per la cyber-security, intento quest’ultimo richiamato anche dall’On. Luigi Di Maio, il quale, portando nell’occasione i saluti dalla Camera, ha anche chiesto più controlli in rete. Verrebbe da dire: l’importante è orientarli bene…

Il primo relatore ad intervenire è stato Antonio Teti, esperto di cyber-security e cyber-intelligence, che si è soffermato sul tema della sicurezza legata al fenomeno del terrorismo, partendo dal concetto di captologia, cioè lo studio e l’utilizzo della tecnologia come strumento persuasivo. All’interno di ISIS è nato così il Cyber Caliphate, che – ha sottolineato Teti – vede la partecipazione di giovani acculturati. Fini ultimi dei terroristi sarebbero la ricerca del “sublime” (“lo squisito terrore”) di cui parla il filosofo Burke, ossia la gioia nell’infliggere dolore agli altri, e lo “jihadi cool“. Quello degli estremisti religiosi sarebbe solo uno dei diversi profili prede del Cyber Caliphate e, a supporto di questa tesi, Teti ha ricordato la figura di Ahmad Rahami, attentatore del peso di 200 chili e ricordato dagli ex compagni di scuola come “il clown della classe”. A contrastare casi come questi ci sarebbero la Web Intelligence e la Social Media Intelligence. Risultati? Li conosciamo già…

Il secondo intervento è stato quello di Andrea Rigoni, advisor internazionale di Cyber Defence, che ha ricordato come le minacce via rete non siano facilmente percepibili ed evidenziato il potere che hanno ormai le grandi aziende del web a causa dell’enorme quantità di dati che hanno accumulato, sfuggendo così al reale controllo degli Stati, i quali cercano di scendere a compromessi con loro. Sempre per restare in tema di minacce, ha citato i cosiddetti State-sponsored actors, che operano a livello del deep web, quella parte della rete non indicizzata dai motori di ricerca. Ha poi rimarcato l’importanza della NATO per rispondere alle sfide in tema di cyber-security. Auguri a tutti!

E’ stata quindi la volta di Pierluigi Paganini, esperto di cyber-security ed intelligence, che ha focalizzato il suo intervento sul dark web, nell’ambito del quale si naviga in anonimato nascondendo il proprio indirizzo IP. Con Tor, ad esempio, si può così ricorrere ai black markets (dove si possono acquistare anche dati rubati) o fare propaganda. Gli attori del dark web sono gruppi criminali, agenzie di intelligence, gruppi di attivisti come Anonymous, terroristi. Tra i cyber crimes frequentemente commessi nel dark web vi sono i crimini finanziari, come il money laundering. Inoltre, con Fakben si può creare un ransomware e xDedic consente di acquistare server per sferrare attacchi cyber. Paganini ha ricordato il progetto Stinks, svelato da Edward Snowden ed elaborato dalla NSA per decifrare l’identità degli utenti Tor, e i tentativi tedeschi di controllare ed arginare il dark web per mezzo dell’unità ZITIS.

Infine ha preso la parola il Generale della Guardia di Finanza Umberto Rapetto, che ha sottolineato la differenza che esiste tra internet e web. Per quanto riguarda i crimini commessi in rete, ha portato l’esempio di quelle attività State-controlled diffuse in Centroamerica, che consentono di perpetrarne impunemente. Ha quindi detto di essere d’accordo con l’idea di Intelligence Collettiva propugnata dagli organizzatori.

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E vediamola un po’ più da vicino quest’idea, che d’acchito potrebbe anche intrigare i più, ma che mi sembra debba ancora essere ben implementata e liberarsi dalle tante ambiguità di cui ancora soffre e che anche i diversi interventi hanno evidenziato. I grandi assenti nelle parole sia degli organizzatori che dei relatori sono stati i cittadini; a ricevere attenzioni a tratti smodate sono stati invece governi e aziende. Ci si è chiesti allora cosa stanno facendo i governi per difendere i propri interessi, senza interrogarsi su cosa stanno facendo i governi per difendere i propri cittadini. La risposta a questo secondo interrogativo dovrebbe essere netta ed inequivocabile: “NULLA!”. E’ vero che il cyberspace è insicuro, ma in che termini lo è? Qui si avverte ancora ingombrante la presenza della sindrome securitaria alimentata dopo l’11 Settembre 2001, per cui i pericoli verrebbero solo dal “diverso”, dai criminali, dai terroristi: non è così! Occorre riconoscere – e dovrebbero farlo anche figure istituzionali come i parlamentari – che vi sono dei reati commessi in rete da polizie, militari, servizi segreti, agenzie di intelligence, ai quali vengono stanziati sempre più fondi e conferiti sempre più poteri, con il rischio di creare così una bestia non più domabile. Prima ancora che chiedersi come ci si difende dai rischi della rete, bisognerebbe chiedersi da chi o da dove provengono tali rischi. A voler guardare in faccia la realtà, è più probabile che provengano da qualche governo piuttosto che da qualche jihadista invasato. Con ciò non voglio negare che il cyberspace sia utilizzato anche a fini di propaganda terroristica, ma se alcuni dei miei post su Facebook vengono cancellati non mi vien da pensare a qualcuno che lavora per il Cyber Caliphate! Per avere più sicurezza occorre quindi invertire la rotta finora seguita, accrescendo la partecipazione dei cittadini, riducendo i poteri di apparati di sicurezza e repressione e vietando pratiche liberticide e violatrici della privacy come: la creazione di backdoors nelle app; l’uso da parte degli apparati di sicurezza ed intelligence di “finestre” con poteri di amministratore nei social networks; la sorveglianza di massa. E’ da atti concreti come questi che si distinguono i governi che vogliono l’emancipazione individuale e collettiva dei propri cittadini da quelli che preferiscono ancora coltivare il concetto di sudditanza. Ho comunque l’impressione che, in Italia, il livello di consapevolezza dei cittadini relativamente ai propri diritti digitali sia ancora molto basso. In quanti, infatti, hanno mai sentito parlare o partecipato ad un cryptoparty? E in quanti si sono accorti che, su Wikipedia, non esiste la pagina italiana del termine “Encryption“?