Gang-stalking, retroterra di un crimine organizzato

E’ costantemente in aumento il numero di coloro i quali denunciano operazioni di gang-stalking ai propri danni. Di cosa stiamo parlando? Molto semplicemente di ciò che da sempre riesce meglio al potere e cioè perseguitare, nel caso specifico a mezzo di stalking organizzato al quale partecipano una pluralità di stalkers, che seguono, spiano, disturbano, molestano, minacciano il soggetto-obiettivo. Alle modalità operative adottate da queste nient’affatto simpatiche canaglie dedicherò poi un successivo articolo.

La persecuzione nei confronti del Targeted Individual (TI) può essere avviata per i motivi più disparati oppure un vero motivo può persino non esserci. Nel mio caso, ad esempio, l’elemento scatenante è stato un litigio con un mafioso (il cui nome è rimasto ovviamente ignoto, nonostante le mie denunce) che evidentemente aveva “amicizie” e conoscenze molto “in alto”, soprattutto impensabili e inconfessabili se si considera che i registi di queste operazioni sono corpi di polizia, servizi segreti, militari, agenzie di intelligence, ecc. Il mio caso dimostra inoltre come Stato ed anti-Stato non si siano mai veramente combattuti – anzi quando vi è utilità reciproca addirittura collaborano – e ci dice anche – mi si consenta la brevissima digressione – che, almeno in Italia, la celebre “trattativa Stato-mafia” non può essere considerata un’ipotesi assurda.

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Dato che gli Stati Uniti sono leader mondiali nel campo oggetto del presente post, non è difficile capire che tutti i Paesi appartenenti o comunque gravitanti nell’orbita NATO sono molto insicuri in quanto totalmente proni (appecoronati, occorrerebbe dire…) a tutte le richieste che arrivano dal quartier generale dell’Impero. Tuttavia, per ovvi motivi anche di carattere tecnologico, il fatto di rifugiarsi su un’isoletta sperduta nell’oceano non risolve il problema, che è POLITICO. E’ politico perché la politica, in particolare chi ci governa, “copre” queste operazioni, ne tace l’esistenza (l’ex premier Matteo Renzi, da me interpellato al riguardo, ha sempre omesso di rispondermi) e allo stesso tempo le finanzia, dato che i fondi a disposizione di questa rete terroristica internazionale non piovono dal cielo, ma sono semplicemente “fuori bilancio”, motivo per il quale non vi è rendicontazione alcuna su quello che è il loro spregiudicato e criminale utilizzo. Il tutto alla faccia di quei poveri fessi che pagano le tasse per intero. Sì, per intero, perché poi ci sono i dritti, che si assicurano invece forti abbattimenti d’imposta collaborando alle operazioni di gang-stalking.

La convenienza nell’essere uno stalker o comunque un informatore è innanzitutto economica e ciò spiega il sempre elevato numero di persone coinvolte in dette operazioni. Si badi bene che non mi sto riferendo solo alla retribuzione diretta per l’operato svolto, che ad ogni modo c’è e va tenuta in conto. E’ necessario infatti mettere sul piatto della bilancia anche risparmi e privilegi elargiti. In Germania, ad esempio, esiste la cosiddetta Spitzelsteuer, vale a dire l’imposta della spia, che prevede un prelievo agevolato del 10% per chiunque agisca da informatore della polizia o delle agenzie di intelligence. Parliamo di un trattamento fiscale molto vantaggioso se si considera che l’aliquota fiscale più bassa prevista dall’ordinamento tributario tedesco è pari al 14%, mentre se si è particolarmente benestanti si può arrivare a pagare fino al 45% di imposte sul reddito. In un mondo in cui la brama di denaro non conosce limiti, questi meccanismi permettono di arruolare sempre più criminali impenitenti, che con totale assenza di scrupoli e certi della loro impunità (se non è un privilegio questo…) compiono quotidiane violazioni di diritti umani nelle nostre pseudo-democrazie.

Il Comitato No Guerra No NATO dice #NoNukes e si prepara a manifestare

Sabato scorso ho partecipato all’Assemblea Nazionale del Comitato No Guerra No NATO che si è tenuta a Firenze presso la Casa del Popolo di Peretola. “Una società civile in cammino” recitava la locandina prodotta per l’occasione. E il cammino – mi permetto di aggiungere – è in salita per definizione per un comitato che rifiuta la guerra e chiede che il proprio Paese esca dalla NATO in un periodo di guerra continua e permanente, diffusa a livello planetario e neanche totalmente raccontata, giacché tanti manifesti teatri di guerra spariscono dagli outlets informativi al pari delle covert operations. Significa andare in direzione contraria a quella che è una pessima corrente; significa ritagliarsi il ruolo del salmone che, per amore della prole, risale un fiume dalle acque torbide e tumultuose. E non a caso parlo di discendenza, visto che sia Manlio Dinucci che Giulietto Chiesa hanno sottolineato la gravità della situazione a livello internazionale, auspicando che nell’opinione pubblica emerga quantomeno l’istinto di sopravvivenza e si pensi al bene delle future generazioni.

Andiamo con ordine, tuttavia. Il primo a prendere la parola è stato il Coordinatore Nazionale, Giuseppe Padovano, che ha portato alla platea i saluti di Padre Zolli, dei Comboniani; di Suor Stefania Baldini; di Rosa Siciliano, della rivista Mosaico di Pace; di Luigi Cremaschi, dell’ANPI di Firenze. Ha poi ricordato la natura del Comitato, che è gruppo di singoli cittadini indipendente dai partiti, ed ha sollecitato i partecipanti ad attivarsi, dando il via ad iniziative da accompagnare con il passaparola su internet. Padovano ha anche precisato che, per il raggiungimento dei suoi obiettivi, il Comitato deve relazionarsi con tutti i suoi possibili interlocutori, senza nutrire pregiudizi di ordine ideologico, e si è detto convinto che anche una struttura di carattere liquido e non burocratico può ottenere risultati.

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Manlio Dinucci ha avvertito che il sottovalutato rischio nucleare è più che mai attuale ed occorre rifiutare quest’orizzonte di morte e distruzione. Il grado di incertezza sullo scacchiere internazionale è elevato, a causa del cattivo stato di salute degli USA e dei suoi alleati, al quale fa da contraltare il momento favorevole vissuto dalla Cina, che ora ha dalla sua parte anche le Filippine. Le sanzioni alla Russia non piacciono ai poteri forti italiani, che infatti esercitano, al riguardo, pressioni su Renzi, il quale pensa invece di inviare truppe italiane in Lettonia, al confine russo. Nell’Est europeo l’interventismo americano è ormai molto forte, come dimostrano i casi del gasdotto South Stream – stoppato dalla Bulgaria su ordine del senatore USA John McCain – e dei sistemi missilistici già presenti in Romania e che presto verranno installati anche in Polonia (oltreché in Corea del Sud). Il movimento italiano che si oppone alla guerra è disgregato ed anche per questo il Comitato deve pensare in grande e muovere numeri importanti, rilanciando la campagna contro la presenza di armi nucleari in Italia e chiedendo al governo il rispetto del TNP (Trattato di non proliferazione nucleare) al quale l’Italia aderisce. Dinucci ha riconosciuto che finora la campagna non è decollata. Grazie tuttavia al consigliere Tommaso Fattori, che l’ha fatta propria, la mozione NGNN sulle armi nucleari verrà discussa dal Consiglio Regionale toscano.

Giulietto Chiesa ha voluto evidenziare tre questioni che, secondo lui, caratterizzano il contesto attuale: 1) nessuno sa cos’è la NATO; 2) nessuno crede che stiamo rischiando un conflitto nucleare; 3) tutti pensano che, alla fine, le parti in causa si metteranno d’accordo e non succederà nulla. Chi invece, secondo Chiesa e stando alle dichiarazioni effettuate, dimostra di aver capito la drammaticità del momento sono gli appartenenti all’élite economica mondiale, come Rockefeller, Rothschild o De Benedetti, che hanno tutti fatto riflessioni molto simili tra loro sulla tenuta del sistema economico globale e non si tratta purtroppo di catastrofismo. Se si considera, poi, che negli USA le probabilità che vinca la Clinton sono elevate, ciò rappresenta un’assicurazione sull’escalation di eventi negativi futuri. L’incidente è purtroppo dietro l’angolo, dato che l’Occidente e gli USA pretendono di continuare a dettar legge al resto del mondo, sebbene non abbiano più le “forze” per farlo. Chiesa ha chiesto di uscire dall’assemblea con un coordinamento ed un coordinatore nazionali, oltre che con una mailing list di persone attive, ed ha lanciato la proposta di una manifestazione nazionale contro la guerra e contro la NATO entro la fine dell’anno, sulla quale il Comitato dovrà chiedere a tutte le forze politiche e sociali di esprimersi.

Sull’idea della manifestazione è tornato anche Luigi Tranquillino di Casa Rossa Milano, che, ai fini di una sua migliore riuscita, ha chiesto di tripartirla sul territorio nazionale. Fausto Sorini ha invece auspicato che ogni realtà territoriale del Comitato riesca a insediarsi in almeno un luogo di lavoro. Giovanna Pagani (NGNN Livorno) ha riportato la sua esperienza all’International Peace Bureau che si è svolto a Berlino dal 30 settembre al 3 ottobre scorsi, mentre Franco Trinca ha chiesto di pretendere una politica di pace e collaborazione con la Russia. Alla fine della giornata, oltre al Coordinamento Nazionale delle varie realtà territoriali, è stata anche decisa la costituzione di un Comitato internazionale che curerà i rapporti con analoghi movimenti presenti in Europa e che perorerà la causa dello smantellamento di tutte le basi militari non europee presenti sul suolo continentale.

Intelligence Collettiva in salsa italiana

Il 30 Settembre 2016 ho preso parte all’evento “Intelligence Collettiva: la sicurezza nello spazio cibernetico”, organizzato dai membri del COPASIR aderenti al Movimento 5 Stelle e tenutosi a Roma nell’Aula dei Gruppi di Montecitorio.

Ha introdotto i lavori l’On. Angelo Tofalo, che ha ricordato alla platea come il suo partito, se fosse al governo, attuerebbe un piano per la formazione e l’informazione dei dipendenti della Pubblica Amministrazione ed istituirebbe un’agenzia per la cyber-security, intento quest’ultimo richiamato anche dall’On. Luigi Di Maio, il quale, portando nell’occasione i saluti dalla Camera, ha anche chiesto più controlli in rete. Verrebbe da dire: l’importante è orientarli bene…

Il primo relatore ad intervenire è stato Antonio Teti, esperto di cyber-security e cyber-intelligence, che si è soffermato sul tema della sicurezza legata al fenomeno del terrorismo, partendo dal concetto di captologia, cioè lo studio e l’utilizzo della tecnologia come strumento persuasivo. All’interno di ISIS è nato così il Cyber Caliphate, che – ha sottolineato Teti – vede la partecipazione di giovani acculturati. Fini ultimi dei terroristi sarebbero la ricerca del “sublime” (“lo squisito terrore”) di cui parla il filosofo Burke, ossia la gioia nell’infliggere dolore agli altri, e lo “jihadi cool“. Quello degli estremisti religiosi sarebbe solo uno dei diversi profili prede del Cyber Caliphate e, a supporto di questa tesi, Teti ha ricordato la figura di Ahmad Rahami, attentatore del peso di 200 chili e ricordato dagli ex compagni di scuola come “il clown della classe”. A contrastare casi come questi ci sarebbero la Web Intelligence e la Social Media Intelligence. Risultati? Li conosciamo già…

Il secondo intervento è stato quello di Andrea Rigoni, advisor internazionale di Cyber Defence, che ha ricordato come le minacce via rete non siano facilmente percepibili ed evidenziato il potere che hanno ormai le grandi aziende del web a causa dell’enorme quantità di dati che hanno accumulato, sfuggendo così al reale controllo degli Stati, i quali cercano di scendere a compromessi con loro. Sempre per restare in tema di minacce, ha citato i cosiddetti State-sponsored actors, che operano a livello del deep web, quella parte della rete non indicizzata dai motori di ricerca. Ha poi rimarcato l’importanza della NATO per rispondere alle sfide in tema di cyber-security. Auguri a tutti!

E’ stata quindi la volta di Pierluigi Paganini, esperto di cyber-security ed intelligence, che ha focalizzato il suo intervento sul dark web, nell’ambito del quale si naviga in anonimato nascondendo il proprio indirizzo IP. Con Tor, ad esempio, si può così ricorrere ai black markets (dove si possono acquistare anche dati rubati) o fare propaganda. Gli attori del dark web sono gruppi criminali, agenzie di intelligence, gruppi di attivisti come Anonymous, terroristi. Tra i cyber crimes frequentemente commessi nel dark web vi sono i crimini finanziari, come il money laundering. Inoltre, con Fakben si può creare un ransomware e xDedic consente di acquistare server per sferrare attacchi cyber. Paganini ha ricordato il progetto Stinks, svelato da Edward Snowden ed elaborato dalla NSA per decifrare l’identità degli utenti Tor, e i tentativi tedeschi di controllare ed arginare il dark web per mezzo dell’unità ZITIS.

Infine ha preso la parola il Generale della Guardia di Finanza Umberto Rapetto, che ha sottolineato la differenza che esiste tra internet e web. Per quanto riguarda i crimini commessi in rete, ha portato l’esempio di quelle attività State-controlled diffuse in Centroamerica, che consentono di perpetrarne impunemente. Ha quindi detto di essere d’accordo con l’idea di Intelligence Collettiva propugnata dagli organizzatori.

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E vediamola un po’ più da vicino quest’idea, che d’acchito potrebbe anche intrigare i più, ma che mi sembra debba ancora essere ben implementata e liberarsi dalle tante ambiguità di cui ancora soffre e che anche i diversi interventi hanno evidenziato. I grandi assenti nelle parole sia degli organizzatori che dei relatori sono stati i cittadini; a ricevere attenzioni a tratti smodate sono stati invece governi e aziende. Ci si è chiesti allora cosa stanno facendo i governi per difendere i propri interessi, senza interrogarsi su cosa stanno facendo i governi per difendere i propri cittadini. La risposta a questo secondo interrogativo dovrebbe essere netta ed inequivocabile: “NULLA!”. E’ vero che il cyberspace è insicuro, ma in che termini lo è? Qui si avverte ancora ingombrante la presenza della sindrome securitaria alimentata dopo l’11 Settembre 2001, per cui i pericoli verrebbero solo dal “diverso”, dai criminali, dai terroristi: non è così! Occorre riconoscere – e dovrebbero farlo anche figure istituzionali come i parlamentari – che vi sono dei reati commessi in rete da polizie, militari, servizi segreti, agenzie di intelligence, ai quali vengono stanziati sempre più fondi e conferiti sempre più poteri, con il rischio di creare così una bestia non più domabile. Prima ancora che chiedersi come ci si difende dai rischi della rete, bisognerebbe chiedersi da chi o da dove provengono tali rischi. A voler guardare in faccia la realtà, è più probabile che provengano da qualche governo piuttosto che da qualche jihadista invasato. Con ciò non voglio negare che il cyberspace sia utilizzato anche a fini di propaganda terroristica, ma se alcuni dei miei post su Facebook vengono cancellati non mi vien da pensare a qualcuno che lavora per il Cyber Caliphate! Per avere più sicurezza occorre quindi invertire la rotta finora seguita, accrescendo la partecipazione dei cittadini, riducendo i poteri di apparati di sicurezza e repressione e vietando pratiche liberticide e violatrici della privacy come: la creazione di backdoors nelle app; l’uso da parte degli apparati di sicurezza ed intelligence di “finestre” con poteri di amministratore nei social networks; la sorveglianza di massa. E’ da atti concreti come questi che si distinguono i governi che vogliono l’emancipazione individuale e collettiva dei propri cittadini da quelli che preferiscono ancora coltivare il concetto di sudditanza. Ho comunque l’impressione che, in Italia, il livello di consapevolezza dei cittadini relativamente ai propri diritti digitali sia ancora molto basso. In quanti, infatti, hanno mai sentito parlare o partecipato ad un cryptoparty? E in quanti si sono accorti che, su Wikipedia, non esiste la pagina italiana del termine “Encryption“?

USA, strumenti di dominio imperiale e rivisitazioni linguistiche indotte

La verità è bene non nascondersela mai. E’ quindi triste ma altresì necessario dirsi che la stragrande maggioranza degli uomini e delle donne che abitano questo mondo non hanno contezza – poiché non informati o disinformati – dei rischi per nulla teorici a cui le loro vite sono esposte a causa del giogo imperiale USA. Perché non è un’esagerazione asserire che quando l’Imperatore prende una decisione, le conseguenze di questa si ripercuotono sull’umanità intera.

Nel proseguire, quindi, il bilancio sull’operato di Obama iniziato con il post precedente, cercherò di portare degli esempi concreti di messa in atto del giogo imperiale statunitense sulla popolazione mondiale.

Giusto per capire con chi è che abbiamo a che fare, è bene sottolineare ancora una volta che la violazione dei diritti umani è stata una costante dell’amministrazione Obama e non soltanto per le guerre proseguite o intraprese in giro per il mondo dall’indegno Premio Nobel per la Pace. Troppo poco si parla, ad esempio, delle armi di ultimissima generazione, che non mi risulta l’Imperatore abbia contrastato o dismesso e che possono – quando non utilizzate per uccidere – compromettere la restante vita di singoli soggetti, non a caso denominati targeted individuals (TIs). Già nel 2007 la giornalista del Washington Post Sharon Weinberger aveva reso noto, a seguito di una sua richiesta a norma del Freedom of Information Act (FOIA) all’amministrazione USA, che l’Air Force Research Laboratory aveva brevettato un’arma definita di tipo “psicologico”, atta ad inviare suoni e voci nella testa del soggetto-obbiettivo. Dal punto di vista tecnologico, nove anni sono un’eternità. I “progressi” e i perfezionamenti del dispositivo saranno pertanto stati inevitabili. Chiunque capisce che armi del genere costringono l’umanità a rivedere e riformulare il concetto di tortura, che potrà, a questo punto, essere perpetrata ovunque, eliminando il requisito – finora necessario ai fini della sua realizzazione – della detenzione. La segretezza che avvolge queste ricerche è massima; l’opinione pubblica non deve essere informata. A cosa sta veramente lavorando, ad esempio, l’agenzia del Dipartimento della Difesa USA denominata DARPA? Probabilmente a nulla di rassicurante. Ad essa, infatti, deve essere ascritta la messa a punto della smart dust, micro-computers dal volume inferiore al millimetro cubico, perfettamente autonomi, dotati di batteria e processore e in grado di spiare l’ambiente circostante, forti della loro invisibilità e inafferrabilità.

Darpa - Brain Computer Interface

E’ inoltre bene non dimenticare che Obama è colui il quale ha dato il via (ufficialmente nel 2013) al progetto BRAIN (Brain Research Through Advancing Innovative Neurotechnologies). Gli intenti sono chiari e ben diversi da quelli dichiarati; in particolare sono non-pacifici, nel vero senso della locuzione, visto che Pentagono e DARPA sono della partita. Il coinvolgimento dei militari nel progetto in questione si spiega solo ed esclusivamente con l’irrefrenabile volontà di dominio da parte dell’amministrazione USA sui nostri cervelli e quindi sulle nostre vite. Gli ingredienti per un futuro fatto di repressione, annichilimento, omologazione e controllo ci sono tutti e lo chef è sempre lui: Barack Obama.

Nei suoi otto anni di dominio incontrastato, l’Imperatore ha inoltre continuato a redigere e a tenere aggiornata, come ogni suo predecessore, la sua kill list, un elenco di condannati a morte di respiro internazionale – tanto per far capire chi è che comanda sul pianeta! Ovviamente anche questa, come altre notizie, è debitamente occultata e non messa in risalto dai media mainstream, che altrimenti finirebbero col far bene il loro mestiere, informando un’opinione pubblica prevalentemente assopita e che così realizzerebbe che in giro per il mondo ci sono satrapi e dittatori che non si concedono siffatti efferati lussi.

Armi di ultimissima generazione, progetto BRAIN, kill list: come si vede, l’amministrazione Obama non ha solo puntato sulla guerra come classico strumento di prevaricazione in ambito internazionale, ma ne ha edificato un nuovo tipo, da dichiarare contro i singoli individui, i civili in particolare, non importa quale suolo essi calchino. La prospettiva è talmente temibile e la sproporzione di forze è tale che occorre seriamente ragionare sull’uso che facciamo delle parole. Si tratta veramente di guerra? O è qualcosa di nuovo e inedito (comunque barbarico e violento)? La versione online del dizionario Hoepli della lingua italiana definisce così la guerra: “conflitto armato tra Stati o popoli […] combattuto sul territorio di uno o più contendenti“. Come si vede, la definizione non è calzante poiché: 1) nel caso in esame vi è un solo Stato; 2) non contempla la possibilità che uno dei due contendenti sia un individuo. Decisamente più calzante, invece, la definizione di terrorismo, la quale fa riferimento ad “atti di violenza destinati […] a creare tensione e insicurezza tra la popolazione“; e quella non comune parla di “sistema di governo fondato su mezzi repressivi e violenti contro gli avversari politici“.

Non è quindi insensato sostenere che questa guerra, rivisitata nei metodi e mezzi usati e caratterizzata da gerarchie soverchianti, è una nuova forma di terrorismo di Stato che riflette una strategia della tensione internazionale che purtroppo è già manifesta tra noi, anche per mezzo di bombe e attentati – terroristici, appunto. Il prezzo da pagare non è o non sarà solo il sangue versato o da versare, ma anche buona parte delle libertà e dei diritti civili dei quali godiamo, ma ai quali abbiamo dimostrato di non tenere. Sarebbero stati necessari un maggiore attivismo sociale e un atteggiamento più guardingo nei confronti dei governanti e del potere, invece è da oltre trent’anni che ci limitiamo a delegare (leggi: votare) dei signori che all’inizio non facevano tout-court i nostri interessi ed ora cercano deliberatamente di affossarci, sia quando non ci vogliamo conformare ai loro desiderata, sia quando siamo semplicemente d’intralcio ai loro mortiferi progetti.

 

USA, diritti umani e sicurezza Obama-style

E’ ormai tempo di bilanci per l’Imperatore Obama. Il fatto che si faccia da parte al termine di questo suo secondo mandato non significa affatto né che egli sia (o sia stato) animato da sinceri intenti democratici né che il Paese che ha finora guidato sia una vera democrazia. Mi limiterò per il momento ad alcune considerazioni – suffragate da numeri e fatti e incentrate su diritti umani e sicurezza – sul fronte interno USA, riservandomi di aggiungerne a breve delle altre relative anche al fronte esterno.

Il discorso potrebbe prendere le mosse da una difficile condizione che riguarda circa 40 milioni di cittadini statunitensi, ma non il presidente USA, condizione che egli – per sua fortuna – vive in maniera totalmente diversa. Mi riferisco alla minoranza nera di quel Paese, i cui appartenenti tante speranze avevano riposto nell’elezione (avvenuta persino due volte consecutivamente) di un presidente nero. Inutile nasconderselo: quelle speranze sono state tradite. Oggi, negli USA, le probabilità per un nero di venire ucciso per mano della polizia sono molto più elevate che per un bianco. In particolare, nel 2015 i giovani neri di età compresa tra i 15 e i 34 anni hanno corso un rischio nove volte maggiore rispetto ai loro restanti coetanei di incappare in una morte violenta causata da una divisa. Alla fine dell’anno il tributo pagato da questo 2% della popolazione è stato pari al 15% sul totale dei morti ammazzati dalla polizia. Obama lascia pertanto al suo successore degli apparati di sicurezza e repressivi pervasi dal pregiudizio e dal razzismo e sembra non essersi affatto accorto che su Twitter è nato, a seguito di questa inaccettabile statistica, l’hashtag #BlackLivesMatter – giusto per non rievocare #PoliceBrutality!

In un suo articolo apparso il mese scorso sul Fatto Quotidiano, Stefano Feltri ha fatto riferimento alla città di Chicago e al carattere istituzionale del suo razzismo, che i giovani neri devono quotidianamente fronteggiare. Dalla scuola alla polizia, passando per il carcere, tutta la realtà è a loro avversa. Quella città è però tristemente nota anche per la presenza dell’Homan Square, un luogo di detenzione illegale, un black site gestito dal locale Dipartimento di Polizia, all’interno del quale cittadini statunitensi illegalmente trattenuti sono stati vittime di pestaggi, torture, uccisioni. Una versione domestica delle famigerate carceri segrete della CIA, diffuse in tutto il mondo e che sono state purtroppo ospitate anche da Paesi europei come Polonia e Romania. Facendo propria una logica certo cinica ma anche realistica, la domanda da porsi a questo punto è: se il centro di detenzione di Guantanamo, nonostante le promesse di Obama e le pressioni di parte dell’opinione pubblica internazionale, è ancora funzionante, perché mai l’attuale amministrazione USA si sarebbe dovuta prendere la briga di chiudere l’Homan Square, visto che su di esso sono puntati dei riflettori dalla luce molto più fioca?

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Se un cittadino statunitense è povero, ha la pelle scura o è politicamente attivo al di fuori dello schema bipolare, corre seri rischi di incappare in una detenzione illegale attuata da uno Stato che non solo non formula precisi capi d’accusa a suo carico, ma che non gli consente neanche di parlare con un avvocato. E’ questa forse la strada per far sì che si concretizzi il tanto sbandierato e inalienabile diritto alla felicità sancito dalla Costituzione USA? E di che risma di consiglieri si è circondato Obama, se Rahm Emanuel, attuale sindaco di Chicago, ma suo ex consigliere e Capo di gabinetto alla Casa Bianca per quasi due anni, ha avuto il coraggio di dichiarare che la polizia della sua città segue tutte le regole? Secondo The Guardian, nell’Homan Square dal 2004 al 2015 sono stati detenuti illegalmente oltre 3500 cittadini statunitensi, l’82% di questi aveva il colore della pelle di Obama e alcuni dei malcapitati avevano semplicemente guidato non facendo uso della cintura di sicurezza. Maneggiamo numeri e fatti da tragicommedia, ma abbiamo allo stesso tempo a che fare col Paese-faro dell’Occidente “evoluto”.

All’ombra del faro amministrato da Obama, però, non è riscontrabile solo una incontrollata ferocia poliziesca, ma anche, paradossalmente, un elevato tasso di violenza, che ben si estrinseca se si guarda al tasso di omicidi con arma da fuoco, 20 volte superiore a quello medio dell’area Ocse con l’esclusione del Messico. Il dato emerge da uno studio realizzato per Archivio Disarmo, studio che ci parla di un Paese che, al suo interno, vive una situazione non così dissimile dalla guerra, se è vero che vi sono 89 armi da fuoco ogni 100 abitanti e, per mezzo di esse, ogni giorno vengono uccise mediamente 36 persone. Se a ciò si aggiunge che il 50% di quest’ultimo dato è composto da appartenenti alla minoranza nera, si capisce come il fallimento di Obama al riguardo è perfino doppio. Data la situazione, si imponevano infatti drastici provvedimenti di riconversione industriale (in campo civile, gli Stati Uniti sono i più grandi esportatori e importatori di armi da fuoco). Un presidente di una sedicente democrazia la cui azione politica non riesce a tutelarne le minoranze è un presidente azzoppato. Se poi all’occasione incensa un personaggio del calibro di Martin Luther King e ne possiede persino un busto nello Studio Ovale della Casa Bianca, allora è anche un po’ ipocrita. L’unico miracolo di Obama è stato probabilmente quello di far lacrimare quel busto.